venerdì 30 maggio 2014

"Tra mura di vento", la poesia libera di Rosana Crispim Da Costa

di Roberta De Tomi

"Poesia migrante"? Poesia che esalta il rapporto tra natura e femminilità? Poesia che "fa rima" con donna? I versi di Rosana Crispim da Costa sono tutto questo, e oltre. Ogni componimento inserito nella raccolta Tra mura di vento, esprime una personalità libera da cavillosi tecnicismi. La lettura è come un fiume che scorre, che nella parola scorge un argine eretto dal cuore, con la guida della ragione.



L'amore, la natura, il sesso, il corpo; quello sguardo rivolto alla terra d'origine (il Brasile), ora lontana, definito come sentimento di saudade (dal portoghese, sorta di nostalgia che scaturisce dall’assenza di un bene mancante). Quella di Rosana Crispim Da Costa è poesia di frontiera che supera il concetto di “migrante”, per ampliare i propri orizzonti. Lo sguardo di Rosana s’indirizza alla terra d'origine (A volte mi sfiorano i ricordi/distratta/mi sento invecchiare), ma poi si fa forza grazie al contatto con la natura, con cui si compenetra (le emozioni/emanavano/profumo di castagno), trovando in essa un alimento corroborante, la linfa che si trasmette al corpo e all’anima, un’energia che dona sorriso e vigore, anche nei momenti più difficili.

La poesia è donna: la presa di coscienza del proprio essere donna non ha, però, nulla a che vedere con reggiseni bruciati e proclami, assorbiti da un'attitudine che ha portato le donne "vincenti" ad assumere atteggiamenti maschili, determinante nel decretare l'effettivo fallimento del femminismo. Essere donna ha un significato preciso (la donna è fatta per essere adorata: /Dora, Carla, Giulia, Norma, Marta./Deve essere desiderata e amata), in quanto si può essere leader (Donne acceleriamo l’orologio!/Invecchiamo felicemente/prendendo la regia dello spettacolo della vita/comandando con braccia forti di tenerezza) mantenendo quella femminilità che non ha nulla a che vedere con la remissività, né con timer imposti da una società di stampo maschile e maschilista. Essere donna significa anche avere la percezione del proprio corpo (la figa deve sapere cantare/in tutti i toni), ben oltre i canoni imposti, che mirano a limitare, magari con un colpo di bisturi, la capacità espressiva femminile. 

Anche i sentimenti come l’amore si plasmano nei versi della poetessa e attrice, mantenendosi sempre in rapporti di analogia con la natura (L’uomo che è entrato/dentro di me/sa di brina sulle labbra, paesaggi autunnali/sentieri irraggiungibili). L’amore è percepito “a sensi aperti”, con il cuore e con il corpo; Da Costa rende questo sentimento in tutta la sua concretezza, attraverso metafore mirate (Per dirti amore/ho dovuto/vivere mille vite/perché di terra sono fatta/terra lontana e calpestata). La sensualità è pervasiva, intride i versi, arrivando alla pelle del lettore, compenetrandola, avvincendola in una trama suadente, ma mai ottundente.

La parola scivola, libera, ma sempre governata da una mano lirica sicura, che non lascia mai nulla al caso. I componimenti di Tra mura di vento (Centro Studi "Tindari Patti") sono ricchi di riferimenti culturali e personali, che non confluiscono mai nell’esaltazione di un ego ripiegato su se stesso; semmai l’Io poetico è una sorgente da cui scaturiscono getti d’acqua, ora refrigeranti, ora caldi, bollenti. È un Io che si pone oltre un orizzonte sgombro di nuvole: solare, disincantato, esuberante, ma, allo stesso tempo, capace di contenersi grazie al retaggio culturale che reca in sé, come mostrano anche i due racconti in prosa che chiudono la raccolta. Da Costa non si fa irretire dalle facili apparenze, né è propinatrice di facili apparenze; è uno spirito poetico libero che scorre e con cui scorri, facendoti trasportare in luoghi esotici, evocati dalla magia di versi poliedrici e sfaccettati, ma mai incoerenti.

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