mercoledì 18 giugno 2014

Lavoro: una parola, mille declinazioni, soprattutto quando è gratis

di Lola Words

"Offresi lavoro retribuito". Ferma tutto, "ehi man", ma cos'è questa storia? Il lavoro deve essere retribuito... o forse... aspetta che leggo qualche altro annuncio. Offresi stage, offresi tirocinio. Gratuiti o con rimborso spese. E la prospettiva d'inserimento nell'azienda, ci sarà? O, scaduto il contratto... fuori uno, sotto un altro? E parliamo degli annunci in cui agli stagisti si affidano delle "responsabilità". Ferma. Uno stagista cui si danno delle responsabilità? Non delle mansioni, ma delle responsabilità? Insomma il mondo del lavoro cambia... è talmente flessibile che lo stesso termine sembra aver acquisito svariate declinazioni. Soprattutto se associata all'aggettivo "gratuito"!

Ma sfogliamo il vocabolario.
La prima definizione di lavoro è: "Impiego di energia per raggiungere un determinato scopo". (Fonte: dizionari.corriere.it).
La seconda definizione, quella di nostro interesse, è: "Occupazione specifica che prevede una retribuzione ed è fonte di sostentamento; esercizio di un mestiere di una professione (...)" (Fonte: dizionari.corriere.it). Mi fermo alla seconda definizione, che sarebbe poi quella su cui vorrei incentrare questo articolo, breve, ma "intenso", che vuole fornire uno spunto di riflessione su un aspetto del problema-lavoro.
Nell'articolo 1 della Costituzione si legge. "L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro".
L'articolo 4 recita così:
"La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società".
Diritto e naturalmente, dovere, perché i piatti della bilancia devono essere in equilibrio. Anzi, dovrebbero.

Poi, sfogli gli annunci e t'imbatti in quello che ti fa capire come il concetto di lavoro si sia "evoluto" (o sarebbe meglio dire, degradato?). "Offresi lavoro retribuito". Decisamente, un'eccezione, se si considera il proliferare di offerte "a gratis". Naturalmente, il presupposto è: "Sei giovane e devi farti la gavetta". Legittimo, ma la gavetta non può portare la persona sulla soglia della pensione.
Faccio un altro esempio.
"Cercasi apprendista con esperienza". Non so se in questo caso si tratti di una bufala; fatto sta che questo annuncio era affisso alla vetrina di un negozio.
Il concetto di formazione professionale sembra insomma essere, in molti contesti, "roba della preistoria", il professionista, deve già essere rodato per il lavoro; vietato perdere tempo, sempre che la formazione di un professionista in un contesto peculiare possa davvero considerarsi tempo perso.

Parliamo anche delle offerte di lavoro che mettono i limiti dell'età. Il risultato? In un mercato del lavoro dilaniato dalla crisi economica, chi supera i trent'anni (o i venticinque anni, in alcuni casi) è considerato già troppo vecchio per ricoprire diversi e determinati ruoli (e non mi riferisco a lavori in cui l'aspetto fisico è determinante, e dunque l'anagrafica ha la sua parte). E intanto i disoccupati o inoccupati nella fascia di età compresa tra i 30 e i 40 anni sembrano fantasmi in fase di dissoluzione; come avviene per chi supera i 40, tocca i 50 (o li supera) ed è esodato. A questo punto il Gratta e Vinci fortunato sembra essere l'unica soluzione.O la solita raccomandazione salva-tasche.

Insomma, tra offerte di lavoro che sembrano sprizzare tanta fantasia, si è realizzato il concetto di flessibilità del lavoro tanto ventilato ai quattro venti.
Il lavoro è talmente flessibile... da essere diventato "molto", forse "troppo" gratis! 
   

   

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