martedì 8 luglio 2014

Bedtime stories: Il piccolo hijo della luna

di Amarganta Blue

Era solo un bambino. Piccolo, fragile, biondo, con gli occhi talmente chiari da sembrare trasparenti. Era un neonato di cristallo che nel pianto invocava la madre. Lei, gitana con i lunghi capelli intrisi del sangue che sgorgava dalla ferita aperta. Gli occhi fissavano il vuoto di una vita spenta da pochi gesti violenti.
L'uomo restò a fissare il cadavere, incapace di battere ciglio. Il coltello era caduto ai suoi piedi, percorsi da un tremore incessante.

"Che ho fatto?".
Panico, terrore, orrore, tra i piagnistei di quella creatura che non gli somigliava per niente. Troppo chiaro per lui, con i suoi capelli ricci, sparpagliati sulla testa, le labbra carnose e le sopracciglia folte e sempre aggrottate dal sospetto.  Ma il sospetto, in quel frangente, era una certezza: quel neonato non poteva essere suo figlio.
L'uomo sospirò, raccolse l'arma del delitto, la ripulì, la infilò in tasca. Poi afferrò il cesto in cui il piccolo piangeva senza sosta, e uscì dalla casetta in cui abitava con la Gitana da un anno. Un anno di baci, carezze, abbracci stropicciati tra lenzuola ricamate dalle sue dita ardenti.
La donna che aveva amato fino a quando... non era nato lui... il frutto di tradimento, ne era convinto.
Approfittando delle prime ombre della notte e del clima mite, l'uomo corse nel bosco, veloce, sempre più veloce, mentre le stelle si accendevano sopra alla sua testa e la luna spuntava tra le cime degli alberi in fiore.
L'uomo approdò a una radura baciata dalla luce del satellite argentato. Prima di appoggiare il cesto  a terra, si guardò intorno per appurare che nessuno fosse nei paraggi. Poi, senza neanche salutare il piccolo, sparì, lasciandolo solo tra le piroette di fate delicate e i canti di una civetta triste.
Il neonato alzò gli occhi  alla luna, alta nel cielo. Poi, improvvisamente, ci fu l'esplosione, le lacrime, il dolore della soludine.
A quel punto la luna s'incurvò per formare una culla.
La luna, la mamma senza braccia che lo avrebbe amato senza remore.
Lui il figlio promesso, che era arrivato a lei, dopo che...

"Ti prego, Luna, fa che lui s'innamori di me".
La donna l'aveva pregata a lungo, e lei si era commossa di fronte alle suppliche di un cuore traboccante amore. Ma a una ferita d'amore cicatrizzata, avrebbero corrisposto altre ferite aperte e sanguinanti. Ogni desiderio realizzato, comportava uno scotto da pagare.
"Sono disposta a tutto, pur di avere l'amore del Gitano".
Gli occhi della donna brillavano tra le lacrime.
"Allora, mi dovrai dare il primo bimbo nato dalla vostra unione." tuonò il corpo celeste, "E ricordati che questo amore conquistato, determinerà altre perdite".
L'umana dai capelli d'ebano era irremovibile.
"Sono disposta a tutto per lui".
La Luna sospirò.
"Va bene, donna, a breve, avrai il suo cuore. Ma ricorda la promessa".
La promessa...
Una promessa intrisa di sangue. Povera gitana. Aveva sofferto per amore, e poi per mano del suo amore. E ora, quel bambino di cristallo piangeva e soffriva, in cerca di quelle braccia che avrebbero potuto rassicurarlo.
La luna s'incurvò. Un raggio accarezzà la pelle delicata. Il piccolo si placò e scivolò lentamente in un sonno morbido; la luna tornò alta nel cielo, a osservare la fuga del Gitano che aveva ucciso l'unica donna che l'avesse mai davvero amato. L'unica donna che aveva accettato di sacrificare alla luna il suo primogenito, pur di conquistarlo. Lui, quella donna, l'aveva uccisa con un coltello. Nemmeno aveva ascoltato le sue ragioni...
"A quale atti di follia può portare l'amore di una donna, puro, totalizzante e disinteressato?" pensò la luna d'argento, osservando il viso del suo piccolo, dolce, figlio di cristallo.

Rivisitazione della leggenda popolare Gitana de Il figlio della luna.

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