venerdì 19 settembre 2014

Case del passato - #iraccontidifiorella

Una casa... una storia
di Fiorella Carcereri

Era un appartamento al terzo piano di una vecchia palazzina stile liberty in cui trascorsi il periodo più “magico” della mia vita, l’età compresa tra i sei e i vent’anni.
L’ingresso era enorme, uno spazio vuoto e inutilizzato, chissà, forse progettato da un geometra ubriaco o inesperto. Per contro, la cucina era incredibilmente piccola, la sala impossibilmente fredda d’inverno e calda d’estate. Si salvava soltanto...

 
... la mia cameretta, riscaldata da una maestosa stufa a carbone
coke sistemata nell’atrio e impreziosita da un gigantesco tappeto di pelle bovina, in voga all’epoca, arricchita da un allegro tendaggio giallo e marrone e tappezzata dai poster dei miei idoli canori e calcistici, il tutto davvero molto trendy.
Ma il punto di forza di quella casa era costituito dall’enorme terrazza che offriva una generosa panoramica su tutto il quartiere. Al centro, un bizzarro progettista aveva sistemato un possente tavolo di pietra con sei sedie, il tutto decorato con sculture di angioletti e altri strani soggetti.
D’estate, la terrazza era un naturale punto di ritrovo per grandi e piccini. D’inverno, quando nevicava, diventava una specie di trappola glaciale, dove il vento accumulava decine di centimetri di neve. E c’era Gaspare, il mio gatto, che non voleva saperne di abbandonare lo scatolone pieno di stracci di lana sistemato nel punto più riparato, sotto il tavolo di pietra. Usciva solo quando vedeva qualche timido raggio di sole per venire a grattare alla porta della cucina all’ora di pranzo. Che buffo vederlo camminare lentamente, con quelle zampette vellutate sprofondate nella neve fresca, ancora immacolata. Il gelo doveva infastidire parecchio le sue estremità. A volte, i suoi movimenti davano l’impressione che camminasse, paradossalmente, su carboni ardenti.
Quei muri videro la mia gioia a ogni bel voto portato a casa, la serenità di tante festività natalizie attorno al presepio illuminato e addobbato con muschio fresco e vere cascatine d’acqua, ma assistettero anche impotenti ai frequenti litigi fra i miei genitori e alla malattia di papà.
Quelle pareti furono testimoni di ogni mia parola, dubbio, paura, e affidabili custodi di tutti i miei piccoli e grandi segreti.
Ora però, quelle stesse pareti non sono più a colori, ma in bianco e nero. Troppi affetti persi per strada, troppe parole taciute, troppa tenerezza soffocata, troppa nostalgia per quegli anni perduti e la loro magia.


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