giovedì 25 settembre 2014

"Le undicimila verghe": Apollinaire: quandoil racconto erotico è senza sfumature

di Lola Words

Mentre il filone erotico impazza, sulla scia delle sfumature più famose del mondo (in arrivo anche nelle sale italiane, il film tratto dalla celebre trilogia), il Parental Advisory è d'obbligo, soprattutto quando la scelta di lettura cade su un libro che a confronto, Ana&C. sono educande. E non parlo di certo di un libro fresco di stampa: Le undicimila Verghe o Gli amori di un ospodaro eredita tutte quelle tematiche che da De Sade, hanno dato il la al filone di una letteratura erotica che verte intorno alla filosofia del boudoir. Anche in questo caso quindi, non si va sul leggero: il sesso sconfina nella perversione, senza soffermarsi su analisi di sogni e pulsioni. Quando il libro viene dato alle stampe, è il 1907; sono anni in cui Freud è al lavoro, ma l'eros di cui ci racconta il francese non converge con le conquiste della psicoanalisi, ancora agli albori. Piuttosto, Guillaume Apollinaire ci  racconta senza troppi giri di parole delle vicende di un libertino le cui efferatezze non resteranno impunite.


Le undicimila verghe vede in azione Mony Vibescu, ospodaro (governante) ereditario di Romania che, attratto dalla vita parigina, si tuffa nell'occhio di un ciclone di eventi in cui il sesso si fonde ad azioni criminali, anche particolarmente cruenti. Triangoli erotici che si aprono all'ingresso di nuovi elementi, spesso individui privi di scrupoli che insieme ai sensi, abbandonano ogni freno morale legato al rispetto della vita di terzi (o quarti). Ma poi si sa, chi la fa l'aspetti, e per Mony non si prospetta un finale da fiaba, anche se la sua morte verrà celebrata dalla costruzione di un monumento funebre. E Mony verrà dichiarato (paradossalmente) protettore delle arti.

Rispetto alle opere libertine di De Sade, Apollinaire mostra una maggiore abilità nella gestione della materia narrativa. Se Le centoventi giornate di Sodoma è un'opera in cui si ravvisa la tendenza monomaniacale dell'autore, ne Le undicimila verghe troviamo una maggiore fluidità, nonché un equilibrio tra i diversi elementi narrativi. L'abilità dell'autore non attutisce l'efferatezza, anzi, al contrario, la pone in evidenza. Le delicatezze con cui si tende a immaginare i lussi della Parigi di inizio Novecento acquisiscono un qualcosa di grottesco, contribuendo a fornire una nuova interpretazione di un'epoca di pizzi e merletti. Dietro al lusso si cela un vuoto di valori in senso lato. L'edonismo sembra essere l'unica dimensione abitabile. Ma l'edonismo ha anche una conseguenza: il crollo di un castello eretto sulle fondamenta di una morale che sembrava troppo solida per essere messa in discussione. Sembrava sottolineo. Del resto, l'apparenza inganna, eccome!

Mony e i personaggi che troviamo di volta in volta sembrano condannati alla coazione a ripetere atti e gesti che hanno un qualcosa di ossessivo. Non manca nulla nel "repertorio del libertino perfetto": dai rapporti multipli, alla pederastia, passando per la necro e la coprofagia... e non dico altri. Certo, non si arriva al finale splatter che troviamo ne Le centoventi giornate; ma non mancano di certo i momenti in cui l'assassinio diventa una fonte di piacere. Il tutto senza pretese di analisi; semmai Apollinaire gioca con la materia scabrosa, divertendosi a irridere la società con i suoi riti imbalsamati e la repressione ossessiva di pulsioni di cui lo stesso autore, come mostra De Sade, mostra le estreme (tragiche) conseguenze.

Le undicimila verghe, che già nel titolo mostra un intento parodistico (il gioco di parole è lampante, insieme al riferimento alla leggenda delle undicimila vergini che accompagnarono Sant'Orsola al martirio) è un libro per stomaci forti. Non cede al compromesso del sentimento e, fino allo scioglimento, il lettore affonda in una serie di vicende che per il convulso avvicendarsi delle situazioni, ricorda da vicino Candido di Voltaire.

Se lo leggete, attenzione! Apollinaire "ha la penna pesante". Ha raccolto il testimone del Marchese De Sade, ma è stato più bravo nella scrittura, cesellata e meno frammentaria. Il risultato? La storia scivola via, a patto che riusciate a reggere fin dalle prime pagine una materia di questo tipo. E se riuscite a proseguire nella lettura, scoprirete che in fondo, senza voler avanzare critiche (almeno non qua e ora!) o (s)consigli di lettura, i libri erotici che impazzano tra lettori e lettrici, sono decisamente soft!

 

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