lunedì 20 ottobre 2014

"Da Giorgia all'ispettore Quetti", Diego Collaveri, tra musica, cinema e scrittura, una penna mai immobile


di Roberta De Tomi

In principio, per Diego Collaveri (per gli amici "on FB", Ispettore Quetti) fu la musica, passione che, dopo gli anni "della formazione", ebbe uno sviluppo speciale, grazie all'incontro con Giorgia. La cantante rimase positivamente colpita dal Diego-musicista. Da qua, le collaborazioni con EMI Music e, poi, nuove esperienze, tra cui, il cinema, in diverse vesti, e, ovviamente, la scrittura. Racconti, poesie, romanzi... lasciamo la parola a Diego e scopriamo com'è nato l'Ispettore Quetti, nonché le iniziative e i progetti per il futuro di questo artista poliedrico, entusiasta, ma sempre umile nel suo approccio alla sperimentazione.


Diego, sei musicista, scrittore, poeta, sceneggiatore,
regista… negli anni hai spaziato tra le arti, in maniera brillante. Ma come nasci artisticamente?
La musica è stata la prima grande passione che sono riuscito a esprimere. Ero molto giovane quando, dopo poche lezioni, ho cominciato a suonare la chitarra, percorso continuato poi da autodidatta. Le prime uscite sono state all'interno di contest scolastici alle superiori, poi le prime garage band, i palchi amatoriali, i locali. Come tutte le passioni, l'ho vissuta intensamente, con tanta dedizione, applicazione ma soprattutto, tanto studio. Sono cresciuto all'interno di un concetto di fusione con gli altri e questo è stato utilissimo per la mia formazione. Con vari gruppi ho calcato palchi importanti in Italia, poi il caso/fortuna mi hanno fatto ritrovare a un provino per una sostituzione a una serata di Giorgia. Ovviamente non fui preso, ma lei mi raggiunse al bar e mi disse che le ero molto piaciuto, mi lasciò il suo numero e mi invitò a una prova in studio. Quello è stato il primo passo per cui poi mi sono ritrovato a collaborare con EMI Music, per lei e anche con altri artisti. Sicuramente quella musicale è stata l'esperienza che più mi ha segnato, anche se per un arco di tempo limitato, e mi ha fornito un bagaglio culturale che mi sostiene tutt'ora. Purtroppo poi, per problemi personali, non ho potuto proseguire per quella strada.

Quando sei approdato alla scrittura? Che ruolo ha avuto la tua esperienza musicale in questo approdo?
La scrittura, in diverse forme, c'è sempre stata. Che fosse musica o testo di canzone, lo scrivere è sempre stato presente, anche se era sempre finalizzato alla melodia e non alla narrazione. Quando però ho dovuto chiudere forzatamente la mia carriera musicale, e quindi mi sentivo totalmente allo sbando perché ero da sempre abituato a esprimermi in quel modo, è stata la finestra che, una volta aperta, mi ha permesso di vedere un mondo dentro di me che non conoscevo. Riuscire a trovare un altro modo di esprimermi è stato davvero quello che mi ha cambiato la vita, o meglio mi ha permesso di riappropriarmi della mia. La musica mi ha aiutato molto, facilitandomi sia nella scrittura della poesia poiché mi aiutava a cogliere la melodia delle parole, sia nel concetto di raccontare una storia.

Come e quando nasce l’ispettore Quetti? È ispirato a qualche investigatore già noto?

L'ispettore Quetti nasce nel 2000 ed è il mio primo approccio in assoluto alla scrittura. Stavo svolgendo il servizio civile obbligatorio in alternativa alle leva militare, subito dopo aver chiuso con la musica, e nelle pause, per divertire gli altri ragazzi che erano con me, mi misi a scrivere un racconto breve. Quetti non era il personaggio principe che mi aveva spinto a creare la storia, in realtà era il suo segretario, Tarzelli. Dipinsi quest'ultimo come la caricatura del superiore che coordinava gli obiettori di coscienza che venivano impiegati nell'associazione cui ero assegnato. Non mi ero reso conto che questa cosa, nata per gioco, era invece molto valida perché alla fine era un giallo molto criptico, con molti personaggi e interpretazioni, e un taglio decisamente noir. Così decisi di inviarlo a un concorso di narrativa e vinse. Incoraggiato da questo, lo mandai anche ad altri e ricevette premi e consensi. Questa è stata la molla che mi ha indirizzato verso lo scrivere in modo più serio. Sono da sempre un amante dei film noir della Hollywood classica e quindi se dovessi dire un personaggio cui Quetti si ispira direi quello del classico investigatore privato interpretato da Humprey Bogart, attore che amo.


Il nome, Quetti, ti è stato ispirato da qualcosa in particolare?  Avevo letto da qualche parte che il modo migliore di scegliere i nomi dei personaggi era prendere spunto dal reale, cosa che tutt'ora continuo a fare. In realtà in quell'occasione lo feci al contrario: cercai un cognome sull'elenco che avesse meno persone possibili, perché non volevo offendere nessuno, e così trovai Quetti. Una volta, durante una presentazione del primo libro di Anime Assassine, il relatore che mi aveva fornito l'organizzazione, in modo scarsamente professionale, mi domandò “Perché hai scelto Quetti, un nome così brutto?” Io abbozzai un sorriso per la stupidità del modo di porsi e poi risposi “Spesso ci ritroviamo un nome senza una ragione, che però alla fine identifica un nostro modo di essere più di quanto pensiamo; quindi un giorno lo scoprirò.

Tra i casi, quale è stato per te il più complesso da sviluppare?
Il più complesso da sviluppare è stato senza dubbi il racconto L'Enigmista nel primo libro, che tra l'altro è proprio, in versione estesa, quel famoso primo racconto di Quetti nato per gioco. Sicuramente il più complesso perché nasceva dall'incastro delle parole di un cruciverba, quindi lasciava poco spazio alla libera interpretazione.
Quale hai amato sviluppare maggiormente?
Sicuramente il secondo libro, Anime assassine – La vendetta del cigno nero, da poco riuscito in ebook. Ero rimasto molto colpito da alcuni fatti di cronaca inerenti il mondo alternativo del bondage e avevo notato che, sempre più, sui social network apparivano modelle erotiche in set davvero incredibili, che mettevano a nudo un aspetto della natura umana che non conoscevo assolutamente. Così mi documentai e studiai questo fenomeno, parlando con i vari personaggi che vivevano in prima persona questa realtà parallela, in cui si sentivano liberi di esprimersi. Alcune delle modelle descritte nel libro esistono realmente e hanno particolarmente apprezzato il modo, privo di giudizio e pregiudizio, con cui ho affrontato il loro mondo. La ragione per cui lo sento più particolare degli altri però è per il singolare legame che ho creato tra Quetti e la coprotagonista Silvie Blake, in una continua altalena tra forza, fragilità, erotismo, attrazione, malinconia, rimpianto e disillusione.

Come nasce Anime assassine? Sono previsti ulteriori sviluppi?

Nel corso degli anni mi sono arrivate molte proposte editoriali, ma non le avevo mai prese in considerazione perché nel frattempo avevo intrapreso la carriera cinematografica, quindi il lavoro mi impediva di distaccarmi e dedicarmi a un progetto simile. Devo essere sincero; nonostante avessi molti riscontri positivi da tanti concorsi di narrativa e poesia, che facevo per allenare il mio modo di scrivere e confrontarmi con generi diversi, consideravo uscire con un libro una cosa che non andava presa alla leggera, e non mi sentivo maturo. Alla fine nel 2010 mi sentii più pronto e decisi di firmare per un libro. Nel corso degli anni avevo scritto molti racconti di Quetti, così pensai di raccogliere varie avventure in un volume, nello stile dei classici volumi gialli di Agatha Christie. Solo mettendoli assieme mi resi conto di alcune peculiarità che si erano sviluppate da sole, caratterizzando il tutto. Il lento scivolare dal giallo classico del primo racconto, al noir puro dell'ultimo mi colpì, oltre al fatto che tutti i personaggi, in un modo o in un altro, non erano mai propriamente buoni o cattivi, ma oscillavano sempre a seconda dei casi. Fu questa caratteristica a suggerirmi il titolo Anime Assassine. Sicuramente ci saranno ulteriori sviluppi. A brevissimo uscirà il quarto libro della serie Anime Assassine – Anche tu te ne andrai e ho già ben chiaro un successivo.

Non solo giallo, però… anche come autore, spazi, dimostrando un forte eclettismo. Dalla sceneggiatura, al racconto, passando per la poesia. C’è un genere in cui ti identifichi? Se sì, spiegaci la ragione… se no… idem!
Sai, ho sempre pensato, e ne ho trovato riscontro nel corso della mia carriera, che mettersi in gioco su qualcosa di nuovo e sconosciuto sia la migliore palestra, perché mette in luce sia le tue potenzialità sia i tuoi limiti, spingendoti così a lavorarci sopra. Per questo mi piace spaziare prima di tutto tra i generi e poi nelle forme. Sicuramente quello in cui mi identifico di più è il ruolo di sceneggiatore. Mi viene sempre detto che ho un modo di raccontare molto “visivo”, molto “filmico”, ed è sicuramente figlio di questa mia impostazione cinematografica. La sceneggiatura mi permette di concentrarmi sulla parte che più amo scrivere: il dialogo, senza trascurare le ambientazioni e i dettagli per cui ho un'attenzione maniacale.

Alcune tue poesie sono contenute in raccolte. Che cos’è per te la poesia?
La poesia per me è la forma più alta dello scrivere, parlando ovviamente di poesia metrica e non di prosa. Il perfetto punto di contatto tra regole, accenti, misure, fiati, pause, e l'emozione più pura, quella che ti penetra dentro un qualcosa che non sapevi di avere. Al tempo stesso si appropria di quel linguaggio universale, quello emozionale, che diventa condivisibile attraverso le esperienze che ci portiamo dietro, divenendo condivisibile coi più.

In poesia, ci sono argomenti, c’è un particolare stile che sviluppi?

Anche in poesia mi piace spaziare sia tra gli argomenti che tra le diverse forme metriche. Non ne ho una preferita in particolare, dipende molto dal momento in cui scrivo. Una volta ho affrontato anche la poesia dialettale ed è stato molto stimolante e difficile allo stesso tempo.

E relativamente ai racconti, cosa preferisci, se hai una preferenza, come lavori?
Sicuramente la dimensione in cui mi sento più a mio agio è il noir, in cui spazio tra il giallo e il thriller, anche se Anime Assassine è decisamente etichettabile come hard boiled. Il sottile gioco che si crea con il lettore, nel voler sviluppare una trama nascondendogli il colpevole, è ciò che preferisco. Questa è anche la ragione per cui non ho mai preso la direzione, come tanti autori del genere, di far apparire l'assassino nelle ultime cinque pagine, senza mai averlo visto in tutto il libro. Così per me non c'è divertimento.


La scrittura per te è: sperimentazione, gioco, "una cosa molto seria", arte… o altro?
La scrittura è sicuramente un qualcosa che
merita rispetto, umiltà e professionalità. Non è una cosa che si improvvisa. Si può avere un talento grezzo, indiscutibile, ma va onorato e rispettato apprendendo gli strumenti adatti per svilupparsi e affinarsi. Non ho mai definito la mia scrittura come arte, termine oggigiorno di cui si abusa, perché ritengo opere ben più complesse e profonde degne di appartenere a quell'insieme. L'Arte ha una varietà di scopi che vanno al di là del semplice intrattenimento, a cui invece sono votati i miei lavori.

Chi, cosa ti ispira?
Dipende ovviamente da cosa scrivo. Restando in tema Quetti, come dicevo, ho un'attenzione maniacale per i dettagli, quindi da un semplice particolare comune, magari a cui non si fa nemmeno caso più di tanto, costruisco sopra tutta la ragnatela di ipotesi che poi porta a smascherare l'assassino. I personaggi invece assumono le caratteristiche degli stati d'animo che provo nei confronti di determinate situazioni. Diverso invece è per la poesia, dove il ruolo fondamentale lo ricopre l'argomento che sento di voler affrontare, che sia esistenziale, affettivo o proprio della personalità. In genere tendo ad associare sensazioni a qualcosa di visivo, quindi è probabile che l'ispirazione avvenga nel senso inverso, quindi che nasca da quello che vedo.

Quanto è importante oggi la contaminazione tra le diverse forme artistiche?
Penso sia essenziale. Le contaminazioni servono per sperimentare, per spingerci verso territori che non si conoscono. Certo, non è scontato che nasca qualcosa di buono, ma la ricerca è la molla che spinge in avanti. Se guardo indietro alle cose che ho fatto sicuramente è stata fondamentale. La mia prima regia, il cortometraggio Il dentista, con cui vinsi il concorso Minimusical indetto da "La Repubblica" e la casa di produzione Fandango, e che mi portò a collaborare con loro gli anni successivi, era un miscuglio delle diverse esperienze che avevo avuto. Avevo lavorato con diverse compagnie di musical, conoscevo la musica, avevo già scritto per il cinema breve, avevo assistito a diversi set e avevo da sempre una sorta di dipendenza cinematografica. Quando decisi di debuttare come regista il prodotto che venne fuori fu una contaminazione di generi; una storia nuova, che omaggiava tre diversi musical utilizzandone i personaggi e le canzoni (registrate live durante gli spettacoli a cui lavoravo) adattate per sfruttare i testi come dialogo, senza perdere il senso degli originali, tutto in soli otto minuti.

C’è un libro, un’opera che avresti voluto realizzare? Hai un modello, un maestro in particolare?
Non c'è un'opera in particolare o una cosa singola. Non riesco a sintetizzare tutto questo in un singolo prodotto. Maestri tanti, ma mi sento più legato a un mentore, che mi ha spinto e incoraggiato nella sceneggiatura e che sicuramente mi ha insegnato a dar sempre un velo poetico alla realtà dei fatti quotidiani che ci circonda, valorizzando anche le storie semplici, per renderle più incisive, cioè il regista Davide Ferrario. Parlando invece di personaggi elevati, l'artista che più ammiro in assoluto è senza dubbio Charlie Chaplin, che considero uno dei geni artistici più grandi del secolo scorso. Ho studiato la sua vita e le sue opere per anni, e ho apprezzato il suo lavoro sotto tutte le forme. Ecco, se dovessi indicare qualcosa che mi sarebbe piaciuto scrivere sicuramente il discorso all'umanità ne Il grande dittatore, che ritengo, sotto tutte le sfaccettature, una delle composizioni più alte in assoluto.

Che progetti hai per il futuro? Riguardano solo scrittura, o anche altro?
A breve uscirà il quarto libro della serie Anime Assassine e sarà nell'ambito dell'iniziativa a scopo benefico “Un libro per un sorriso” che ho creato e sto promuovendo. Si tratta di un progetto umanitario per cui tutti i proventi del libro saranno devoluti ad associazioni che si occupano di aiutare in loco i bambini indigenti nei paesi poveri. L'argomento mi sta molto a cuore, quindi ho ritenuto, nel mio piccolo, di dover dare un contributo. Al tempo stesso ho un romanzo in valutazione tramite agente e ho già cominciato a lavorare su di un altro noir che seguirà un certo percorso nel prossimo anno. Riguardo altre cose, a breve entrerò a far parte di un' associazione in cui convergono professionisti di doppiaggio, teatro e cinema; quindi nuovi progetti e idee che sono già in fase di sviluppo.

A breve parleremo anche del progetto "Un libro per un sorriso", cui dedicheremo uno spazio speciale.

Intanto, abbiamo fatto quattro chiacchiere con Diego, di cui forniamo il sito:
www.diegocollaveri.it
E a proposito... guardate Il dentista: https://www.youtube.com/watch?v=hNQItkw0eiE


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