venerdì 17 ottobre 2014

"Il ritorno di Inna-Mok", un fantasy molto personale, oltre Tolkien

 di Roberta De Tomi

Il "modello tolkieniano" non è rivisitato e corretto, ma è diventato un paradigma a se stante per Max Giorgini, che nel suo romanzo d'esordio, Il ritorno di Inna-mok (0111 Edizioni) ha saputo creare un mondo (la Terra di Ruhel) dotato  di una sua coerenza e organicità. Giorgini non è dunque caduto nel tranello dell'imitazione su carta-carbone, come avviene a molti che dalla lettura delle opere di Tolkien prendono ispirazione per lavori che spesso risultano troppo simili a quelle del maestro.
Giorgini mostra di sapersi destreggiare nella gestione della materia narrativa e nella delineazione dei personaggi, a scapito però della dinamicità del racconto e delle emozioni, che risultano congelate.
Max lo abbiamo già conosciuto, grazie a un'intervista pubblicata su Words! Ora parliamo del suo libro.


Il ritorno di Inna-mok nasce da un lavoro consapevole e per niente superficiale. L'autore si distingue per capacità descrittiva e per l'attenzione allo stile, talvolta ridondante, ma dotato di una propria ricchezza e corposità.  Il romanzo è un fantasy classico che rispecchia in toto i canoni del genere.

Tutto ha inizio da una fine... l'opera si apre sulla morte di Inna-mok, potente mago, esponente del Popolo degli Spettri. Tutti lo credono fuori gioco, in realtà si è solo trasferito in un'altra dimensione. Da lì, trascorsi molti anni, decide di tornare per riconquistare la Terra di Ruhel. Ma dovrà vedersela con Rash, Nystrid e con il sortilegio della maga Venorè.

La componente introspettiva spicca, convergendo con le intenzioni dell'autore, già dichiarate nell'intervista. I personaggi non sono concepiti come tipi; al contrario, sono a tutto tondo, dotati di una personalità ben delineata. Bene e Male non sono poli contrapposti, ma si compenetrano, determinando forti conflitti interiori negli individui. Lo stesso Inna-mok è un malvagio attraversato da conflitti su cui l'autore si sofferma minuziosamente, mostrando il dolore che si può racchiudere all'interno di un'anima malvagia.

Giorgini è anche minuzioso nella resa di dettagli che, se da una parte contribuiscono a costruire un mondo dotato di una propria identità, dall'altro dà adito a ridondanze e a una certa staticità . Il ritmo lento, che di per sé non è per forza un elemento negativo, tende a congelare le azioni e, soprattutto, gli apici che caratterizzano l'andamento della storia. Ne risulta una suspense che non riesce a raggiungere apici forti; ciò determina un generale appiattimento nella lettura.

Malgrado l'introspezione, nello stile c'è una componente razionale talmente spiccata da frenare il fluire delle emozioni. Max Giorgini ha però saputo attingere a una propria linea personale, evitando di cadere nella trappola dell'imitazione "tolkieniana". L'impronta si avverte quando, a un certo punto, il protagonista diventa portatore di un oggetto, ma il tutto si pone in un contesto diverso, rispetto a Il signore degli anelli.
Molto interessante la Cosmogonia proposta dall'autore.  

In sintesi: Il ritorno di Inna-mok è un buon esercizio di stile. L'autore riesce a tirare le fila del racconto, gestendo con abilità la materia, caratterizzata da diverse situazioni e personaggi. Non è un libro per una fruizione rapida, ma ha implicazioni interessanti e nasce da una visione personale. I difetti sono: la lentezza e le emozioni congelate. Ma le premesse sono buone e la Terra di Ruhel incuriosisce.


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