sabato 18 ottobre 2014

"Vecchi vicoli" - #iraccontidifiorella

Foto di Lola Words
di Fiorella Carcereri

Abbandono le strade trafficate e caotiche della mia città per addentrarmi nei vecchi vicoli, oasi di silenzio e mistero. Passo la mano sulle croste di intonaco ammuffito applicato chissà quando e da chi. Accarezzo quei pezzetti di vita passata di cui il prossimo violento temporale annullerà il senso riducendoli in polvere, la stessa polvere in cui i secoli hanno trasformato i loro antichi abitanti.
Chiudo gli occhi per un attimo e lascio andare il pensiero. Immagino questi vicoli animati da vocii di donne alla finestra, dalle ruote dei carri e dal rumore ritmico degli zoccoli dei cavalli che sembrano scandire il tempo come le lancette di un vecchio orologio.
 Sento ancora le grida festose dei bambini intenti ai loro semplici giochi di strada.

Vedo le luci fioche delle lanterne accendersi
all’imbrunire per illuminare i vicoli ormai deserti ed
avverto gli odori del cibo di una volta fuoriuscire dai paioli fumanti in cottura sul fuoco.
Il rumore di una motoretta con la marmitta manipolata che transita in lontananza mi riporta bruscamente alla realtà.
Sono ancora lì, immobile, in quel vicolo con le mura screpolate, ma non vedo e non sento più nulla. Il rumore ha interrotto il fluire dei miei pensieri, ha rotto la magia. E ora, le stesse mura mi sembrano madri austere e riservate, non più disposte a far trapelare i segreti che nascondono gelosamente dentro di sé, non più disposte a mostrare le impronte delle vite che hanno ospitato nei secoli. Così, a freddo, l’unica emozione che riescono ancora a trasmettermi è una straziante nostalgia.
Su quello che rimane di una vecchia porta in legno marcita dalle piogge e scardinata dai venti è appeso un cartello: “Vendesi edificio da ristrutturare. Per informazioni rivolgersi all’Immobilare Borgo Antico”.
Passo davanti a un androne buio e fatiscente. Doveva essere, un tempo, una rimessa di attrezzi o un ricovero notturno per gli animali. Intravedo, qua e là, a terra e sulle pareti, dei vecchi pezzi di ferro ricoperti di uno spesso strato di ruggine che, molti anni addietro, devono essere stati fedeli strumenti di lavoro di mani esperte e callose, di schiene curve sotto pesi per noi impensabili anche solo da sollevare. E mi sembra di risentire il linguaggio colorito dei miei avi, poche e concrete parole, scambiate nei momenti di reale bisogno o nei rari attimi di riposo.
Un po’ più avanti noto, in lontananza, un portone con i resti sbiaditi di una grande scritta marrone dipinta sul muro fatiscente, a tratti ancora leggibile: “Ciabattino”.
Una luce fioca filtra dalla porta in corrispondenza della scritta. Mi avvicino incuriosita. Un ragazzo esce proprio in quel momento. Gli chiedo notizie del calzolaio.
“Sono il nipote”, racconta, “sto usando il negozietto di mio nonno per fare tatuaggi. Qualche entrata in più mi fa comodo, visto il mio misero stipendio da precario. Ma presto dovrò andarmene perché qui demoliranno tutto per ricavarci un bed and breakfast a cinque stelle…”.
Un altro pezzo di storia che se ne va.


Racconto pubblicato sull'antologia Il viaggio metafora di vita, Caffé Letterario La Luna e il Drago, ottobre 2013.

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