sabato 1 novembre 2014

Gli anni del "tutto è possibile" di Fiorella Carcereri #iraccontidifiorella

di Fiorella Carcereri

Erano gli anni della mia adolescenza, della scoperta di me stessa, dei tanti irrealizzabili progetti per il futuro.Gli anni in cui tutto pareva bello e possibile, ma ancora non sapevo che non tutto ciò che è bello e desiderabile è possibile.
Sono l’euforia, l’intraprendenza, a volte il “delirio di onnipotenza” della giovinezza a farcelo credere e questo è uno degli inganni più crudeli che il destino possa ordire ai danni di un adolescente.

Avrei voluto iscrivermi al liceo, ma la malattia e poi la morte prematura di papà mi dirottarono all’istituto tecnico.
Avrei voluto frequentare regolarmente l’università, ma l’esigenza di dover contribuire al sostentamento economico della famiglia mi costrinse a lavorare di giorno e studiare la notte.
Avrei voluto stabilirmi all’Estero e non tornare più in questo paese che ti uccide il cervello e la fantasia, ma qualcun altro decise per me.

Ero certa che avrei incontrato il principe azzurro. Lo vedevo negli occhi e nei sorrisi di ogni ragazzo sconosciuto che incontravo per la strada. Invece, mi sono sposata troppo presto con un ragazzo troppo “orso”, un ragazzo che a stento sapeva e sa cosa significhi uno scherzo, una risata, una valanga di coccole, una trasgressione, la piccola pazzia quotidiana.

Mi ha anestetizzato, privandomi pian piano della mia innata esuberanza, del mio entusiasmo per la novità, per le imprese impossibili, per i viaggi in terre lontane, per le fughe romantiche. Questa anestesia dura ormai da un paio di decenni ma non faccio nulla per scrollarmela di dosso. Mi sta bene così. In fondo, è un uomo onesto ed affidabile, un porto sicuro a cui tornare dopo i miei spericolati voli pindarici, dopo le mie immersioni nelle acque più torbide per capire quello che nessuno aveva mai osato spiegarmi, dopo le bastonate prese, dopo dosi massicce di disinganno assorbite voracemente dalla mia pelle porosa.

Avrei voluto un’amica vera, leale, disinteressata, gioiosa. L’avevo trovata, era simile a me. Per un po’, con lei vicino, è stato come riscuotere dal destino un risarcimento danni, con gli interessi e le scuse. Ma la morte se l’è portata via a poco più di trent’anni.
Non riesco a credere di avere già due terzi di vita dietro le spalle ed ogni mattina, al risveglio, mi meraviglio di esserci ancora.
E ogni mattina, al risveglio, e ogni sera, prima di dormire, e in ogni altro momento in cui mi soffermo a riflettere appena un po’, non posso fare a meno di riappropriarmi, ancora e ancora, di questo pensiero di Simone de Beauvoir che sento così mio: “Rivedo la siepe di noccioli che il vento cullava e le promesse di cui ardeva il mio cuore quando contemplavo ai miei piedi questa miniera d’oro: tutta una vita da vivere. Le promesse sono state mantenute. Eppure, volgendo uno sguardo incredulo su quella credula adolescenza, posso rendermi conto, stupita, fino a che punto sono stata defraudata”.

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