sabato 17 gennaio 2015

Porte sbattute - #IRaccontidiFiorella

di Fiorella Carcereri  

Sbattere la porta è la cosa che ho sempre saputo fare meglio nella vita, in senso pratico, ma anche in senso metaforico. Sbattere la porta è la cosa che gli altri hanno sempre saputo fare meglio nei miei confronti, quasi esistesse una scuola di specializzazione che ne insegna tecniche e modalità e tutti coloro coi quali mi sono rapportata l’avessero frequentata con profitto.


Sono nata e cresciuta in un ambiente di porte sbattute, in faccia o dietro le spalle. E ciò si è  verificato in tutti i possibili orari del giorno e della notte, in una miriade di situazioni. La nonna paterna, già parecchio anziana quando io nacqui, odiava mia madre con tutta se stessa. Mia zia, seguendo fedelmente le orme della nonna, non è mai riuscita ad avere con mia madre un approccio civile, un minimo di dialogo, non dico fraterno, ma almeno di reciproca tolleranza. I motivi scatenanti di questa “tragedia” familiare erano, in fondo, sempre gli stessi.
Da una parte, una madre rigida e mai disposta a scendere a compromessi con nessuno.  Dall’altra, una zia perfida ed avida di denaro, quello che sottraeva a mio padre durante i suoi tristi e prolungati ricoveri in ospedale.
Nonna e zia paterne non hanno mai fatto mancare a mia madre dosi letali di ostilità e hanno sempre fatto del loro meglio per metterla in cattiva luce nei confronti di chiunque, per renderle la vita impossibile, soprattutto durante i primi anni di matrimonio in cui si viveva tutti sotto lo stesso tetto, com’era usanza diffusa un tempo.

E quella bimba, figlia unica, (non so se questo sia stato un vantaggio od una sfortuna) ebbe il “privilegio” di assistere a snervanti alterchi quotidiani che scaturivano anche da banalissimi pretesti e, talvolta, sfociavano nell’aggressione fisica, quando tutte le frecce verbali erano state esaurite. Abitualmente, le liti avvenivano tra donne ma poi, immancabilmente, veniva coinvolto mio padre che aveva l’arduo compito di ergersi a giudice di quelle controversie e poi, carico di rabbia, scaricava le sue ire sempre sul medesimo capro espiatorio: la più piccola ed indifesa, facile da redarguire, facile da sculacciare.

Ora sto scrivendo queste cose con sufficiente distacco emotivo e le osservo seduta in platea, in ultima fila, spettatrice annoiata di una squallida rappresentazione teatrale. Ma allora era diverso.
E, bene o male, tutto ciò che ho visto e sentito da zero a quindici anni ha lasciato profonde cicatrici e bruciature indelebili nella mente, nel cuore e nell’anima. Sono sopravvissuta, è vero, ma
a quale prezzo! Ogni giorno mi auguravo di ricevere qualche complimento, qualche tenera carezza, e pregavo per veder sorridere e ridere i miei genitori ma, pensandoci bene, non ricordo di aver mai colto anche un solo attimo di felicità nei loro sguardi…
Il nonno materno che sbatteva la porta dopo aver cercato invano di difendere figlia e nipote…
Mia madre che, un mese sì e l’altro pure, raccoglieva i nostri abiti in una grande valigia rigida di colore marrone scuro per andare a chiedere ospitalità ai nonni…
Porte sbattute, a centinaia…

Ad un certo punto, cominciarono a non farmi più effetto e pensai: “Se per i grandi questo è l’unico modo per ottenere qualcosa o attirare l’attenzione, perché non dovrei farlo anch’io?”.
Frequentavo le scuole medie quando, per i motivi più diversi, che sono sempre e comunque di importanza esistenziale per un’adolescente, non di rado saltavo la cena e mi chiudevo a chiave nella mia stanza per riaprire soltanto al mattino successivo.
Quando mio padre era ancora vivente, non aprivo per non essere picchiata.
Dopo la sua morte, non aprivo per non dare soddisfazione a mia madre che mi minacciava e mi intimava di aprire da dietro la porta in legno e vetro smerigliato.
Non riesco a ricordare con esattezza per quali motivi arrivassimo ai ferri corti. A scuola andavo molto bene, non avevo brutte compagnie, anzi, ero pressoché un’eremita.

E’ passato troppo tempo ormai e, fortunatamente, ho rimosso i particolari più dolorosi di quei momenti. I nostri caratteri erano del tutto incompatibili. Punto e basta. E quella santa donna della nonna materna sempre in mezzo, nel tentativo di ricucire gli strappi su due pezzi di stoffa ormai logori e lacerati e che nessun filo sarebbe mai stato in grado di riunire. Se oggi fosse ancora tra noi, avrebbe potuto ricoprire degnamente la carica di giudice di pace, mediatore od altra attività diplomatica di tutto rispetto. Povera nonna… Non smetterò mai di ringraziarla nelle mie preghiere per avermi salvato la vita in più occasioni, purtroppo non solo, e non sempre, in senso metaforico.

Quando, dopo la maturità, entrai ufficialmente nella vita “seria”, nel mondo degli adulti, ero già rodata, avendo alle spalle una ragguardevole gavetta. Gli inizi non furono esattamente da tappeto rosso ma, tutto sommato, una passeggiata rispetto a quanto avevo avuto il “privilegio” di condividere nella mia pseudo-infanzia ed adolescenza dalle tinte fosche.
Ancora oggi quando, nonostante gli sforzi, non riesco ad esprimere verbalmente ciò che sento e che vorrei, quando ho l’impressione di essere attaccata ingiustamente o in tutte quelle situazioni in cui, mio malgrado, sono costretta a far emergere il lato peggiore di me, ricorro al vecchio metodo della porta sbattuta o della cornetta riattaccata, un classico.
Un gesto, forse, vigliacco, una modalità un po’ ferina per chiudere una controversia che so benissimo essere momentaneamente sospesa e la cui soluzione è purtroppo solo rimandata.
Considerando però questo comportamento da un’altra prospettiva, ritengo possa essere il “minore dei mali” nelle situazioni che stanno per sfuggire di mano, quando non è più possibile provare a ragionare, venirsi incontro, riavvolgere la bobina, quando ormai ci si è spinti troppo in là per abbassare i toni e nessuno è più disposto a cedere di un millimetro.
Sbattere la porta è la “protesta estrema” per non imboccare la via di non ritorno.
Sbattere la porta lascia tempo ai contendenti di riflettere, riordinare le idee, rimuginare sulle proprie colpe, se ve ne sono, o su quelle degli altri.
E’ una specie di intervallo tra due round di pugilato, aiuta a riprendere vigore se lo scontro è destinato a protrarsi, o a dire definitivamente “basta”.

Ogni volta che mi succede penso sempre “Questa è stata l’ultima”, anche se so perfettamente che cambiare il proprio temperamento è un’impresa disperata e comunque discutibile, qualora ciò fosse possibile. C’è una soglia di sopportazione, o di dolore, o di rabbia oltre la quale scatta l’allarme. Faccio sempre del mio meglio per rallentare l’avvicinarsi di questo momento ma poi il fiume esonda. Le mani non obbediscono più alla ragione che vorrebbe fermarle e succede. Succede e basta. Perché siamo esseri imperfetti e qualche difetto, anche grosso, dobbiamo pur averlo.

Chi mi conosce bene non si stupisce più. Magari, ci resta male sul momento, ma sa che basta pazientare. Dopo ogni tempesta, anche la più terribile, arriva sempre la quiete. Tanto più violenta è la tempesta, tanto più nitido, luminoso e stupendo sarà l’arcobaleno.
Non so quanto c’entrino la famiglia d’origine e le circostanze della vita in questo mio modo di essere, ma sicuramente hanno dato il loro non indifferente contributo.
Non sono sicuramente un mare forza uno.
Non sono la brezza impercettibile di una tiepida giornata di aprile. Sono spesso un osso duro, una gatta da pelare, a volte una corona di spine.
Tuttavia, a mia parziale discolpa, se di colpa si può parlare, posso dire che nessuno mi ha mai amata di meno per questo.
E sono enormemente grata a chi è riuscito a vedere ben oltre le apparenze. A chi ha avuto la volontà e la pazienza di comprendere che cosa si cela dietro quella dura corazza difensiva. A chi, dopo un po’, si fa sempre trovare sorridente dietro ogni mia porta sbattuta.  E, in cuor mio, spero di potermi un giorno riconciliare completamente con il mondo in modo tale che quel gesto non rappresenti più, per me, l’unica via possibile.



Dall’antologia “Ricordati di mettere la cuffia”, Sensoinverso Edizioni, aprile 2012

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