venerdì 20 febbraio 2015

La "Generazione Neet" rompe il silenzio: #ioparlo e #vogliounfuturo, raccontando la "Vita da Neet"

Immagine tratta dal blog:
https://glispaccialezzioni.wordpress.com/
da Roberta De Tomi

E' accaduto ieri. Tamara Mussio de Gli Spaccia Lezioni, mi scrive in privato su Facebook il link di un articolo che potete leggere cliccando qui. Incuriosita, mi fiondo sul blog e, dopo una rapida lettura (ripetuta in serata, con calma, dopo una giornata di corse varie, sempre a proposito di precarietà e Neet!) non esito a condividerlo e a condividere gli ashtag #ioparlo #vogliounfuturo.
Ma attenzione. I maliziosi, i complottisti, i facinorosi etc etc, si mettano una mano sul cuore e il cuore in pace:  nessuna incitazione a rivoluzioni violente o a congiure. Nell'articolo è espresso chiaramente. Tamara esprime una posizione precisa, rompendo il silenzio di una generazione che a conti fatti sembra ormai destinata a dover rinunciare al proprio futuro. O a fuggire all'estero (come se l'estero fosse la panacea di tutti i mali). La "Generazione Neet".


"Personalmente non ho una soluzione in tasca. Non saprei come agire “fortemente” su questi temi, né mi auguro una rivoluzione violenta. Eviterei con piacere la congiura perché crea caos e nel caos vincono sempre i più forti, non i migliori". Tamara Mussio lo scrive nell'articolo "Voce Neet. L'eco del silenzio" #ioparlo #vogliounfuturo.
La voce di Tamara si eleva, rompendo il silenzio che contraddistingue un'intera generazione. La "Generazione Neet".  Quella, per intenderci, (e qua, rompo il silenzio, io!) di quei precari cui per anni è stato ripetuto che con una laurea in tasca (presa con passione, forse non da tutti, ma sicuramente da tanti studenti motivati) avrebbero avuto numerose opportunità lavorative. La generazione di persone cui per anni è stato ripetuto che occorre adattarsi ai diversi ambiti lavorativi, maturando competenze diverse, salvo poi, alla luce di una notevole versatilità, essere respinti a causa dell'eccesso di competenze; quella cui per anni è stata inculcata l'idea di una flessibilità, a fronte di una mentalità (quella italiana) che vede nel lavoro a tempo indeterminato la conferma delle proprie capacità professionali e dunque indice di meritocrazia; da qua, la flessibilità si è tradotta nella precarietà, piaga dilagante che s'inscrive nel quadro complesso di un mercato interno provato da tutta una serie di gravi problematiche su cui si ha l'impressione che si voglia a livello mediatico e non solo, chiudere almeno un occhio.
Sia chiaro: l'ottimismo non è un male, come non è un male cercare nei piccoli segnali un appiglio per, come si suol dire, non cadere nella disperazione e rimboccarsi le maniche.
Ma la ricerca dell'ottimismo e di motivi per reagire alle criticità del momento, non devono sfociare nell'attitudine opposta di dimenticare e/o trascurare i problemi della vita reale. Potrei citare i casi di aziende che, ogni giorno, chiudono; di imprenditori stritolati dagli ingranaggi di un sistema che li costringe a lasciare senza lavoro i propri dipendenti e a chiudere i battenti. Se non fosse che si rischia di perdere di vista la questione della Generazione Neet, i casi, i dati, le situazioni, sono diverse e variegate e confermano che la situazione è davvero complessa.

Tamara ci parla della Generazione Neet, citando anche il mio romanzo, Magnitudo apparente. Il tono dell'articolo non è patetico; del resto, Tamara, con cui mi sono confrontata dopo la lettura del suo contributo, nella ricerca di un'occupazione ha sempre contato sulle proprie forze e competenze, coltivando al contempo le sue passioni per la scrittura e per la cultura.
Come lei, altri "non hanno mai chiesto niente a nessuno" per avere un lavoro. E con quante difficoltà!
L'impressione è quella di essere reclusi in una gabbia.

La gabbia si stringe tanto più è grande quel Sogno Americano con cui sono cresciuti tanti Neet. Il sogno di sfondare in una professione creativa, che offre l'opportunità di essere (almeno, apparentemente) liberi... ma poi, arriva la realtà, il sogno naufraga, il sognatore muore. O forse vive, finalmente? Non vorrei disseminare parole superflue...
Piuttosto, preferisco raccontare cosa vuol dire essere Neet. In breve e con un pizzico di ironia.


"Magnitudo apparente" parla di
terremoto, ma anche di Neet
Vita da Neet...

Apro gli occhi sulla sveglia. La dea interiore di Ana Steele (ma com'è finita dentro di me?)  mi sussurra con voce suadente: "Puoi dormire ancora cinque minuti". Ma solo cinque minuti. No, azz, mi sono addormentata di brutto e sono in ritardo. Mi alzo, mi vesto, metto i calzini spaiati, faccio colazione, mentre leggo qualche pagina di un libro che devo recensire. Esco e... sfiga iperbolica, ho l'auto in panne e non so se avrò i soldi per pagare il meccanico. E l'auto mi serve per raggiungere un luogo in cui devo svolgere un lavoro a chiamata; oppure per andare in biblioteca a fare delle ricerche per scrivere un libro.
Per fortuna che esistono le auto di cortesia... E si va al lavoro, o meglio, a uno dei mie posti di lavoro!
Nelle pause, invio dei curricola (non si sa mai!), faccio qualche chiamata, incontro una persona che mi ha richiesto una consulenza. "Le farò sapere" mi dice. Sai che novità!

Breakin News: momento libero! Mi deprimo oppure leggo, studio, o magari ho un guizzo creativo che mi fa scrivere qualcosa... Magari sarà il bestseller dei noantri... Meglio di niente, intanto il sogno rinasce...  (Vedi Nicole in Magnitudo apparente). Oppure ho un'idea, ma, accidenti, deve restare in testa perché mi hanno chiamata per un lavoro. Cavoli, proprio adesso? 
Intanto che ci siamo, ho una discussione su Facebook. Guerra tra poveri, nuovo atto. Poche parole, poi arriva l'armistizio e chiudiamo la discussione. Le solite sciocchezze da narcisi sfioriti. Discussioni sul lavori svolti gratuitamente, su stage etc... Niente, non ci si riesce a far capire: di aria fritta nessuno vive, ma il messaggio non passa.
Poi arriva un conoscente che mi parla della sua tredicesima.
"Bé, io posso dirti la mia taglia di reggiseno, anche se non termina in esima..."
Imbarazzo, la voce del conoscente è balbettante.
"Non sapevo che i precari..."
Io lo interrompo: "Se non vivi una situazione, non puoi certo sapere. Non è colpa tua, non ti scusare."
E intanto, dentro piango. Conosco (altro esempio) i materassi su cui, ragazzina, saltavo, ma cose come gli ammortizzatori sociali non so nemmeno cosa siano (in pratica). E l'elenco è più lungo della storia infinita, ergo, fermiamoci qua e non perdiamo altro tempo. Spengo il pc e sgommo di nuovo al lavoro. Vado, torno. Non vinco di certo! Ma la sera, con gli occhi che mi si chiudono dalla stanchezza, raccolgo un brandello del mio sogno lacerato. Lo nutro con le parole di un vocabolario ingiallito dall'usura; la parola futuro, che cerco, è sbiadita.
Questa è la mia vita da Neet. Una vita costellata di corse forsennate, di adattamenti, di affanno e paure, della risata di un raccomandato che ti guarda facendoti sentire un Teletubbies microcefalico. Un raccomandato che poi ti chiede consigli... Ah già, tu però vali meno... Ricordatelo: crocifisso nella sala di una bettola, rinfrancato da un bicchiere di Lambrusco slavato.
Piano piano, rinuncio all'attesa di Godot. Ma quei sogni... un pochino restano. E non solo in mano ai giovani, ma anche a chi ha superato la trentina e forse non avrà la possibilità di farsi una famiglia. Ci sono anche loro, tra i Neet, sapete?
E parlano, parlano... parlano. E non fuggono. Se fuggiamo, cosa resta? E come potrò scrivere il bestseller dei noantri, sfumati sogni di parola che raccontano di sogni spezzati e poi ripristinati?

#ioparlo vogliounfuturo
Leggi l'articolo: https://glispaccialezzioni.wordpress.com/2015/02/18/voce-neet-leco-del-silenzio-ioparlo-vogliounfuturo/




1 commento:

  1. Complimenti, Roberta. Eccezionale come sempre. Sei riuscita a mostrare quelle sensazioni difficili da spiegare, ma che ti schiacciano, giorno dopo giorno e ti fanno svegliare nel mezzo della notte, pensando che ci sono le bollette da pagare e non riesci a contribuire nemmeno con i soldi del pane.

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