sabato 28 marzo 2015

Lo scherzo più crudele - #iRaccontidiFiorella

di Fiorella Carcereri

In fondo, non credo di essere una donna romantica. Prima di ogni appuntamento, mi tremano le mani, sento il sangue salirmi fino alle orecchie ed il battito del mio cuore è più forte del rumore del mare qui fuori dalla mia porta e mi sembra di sentire una voce che mi dice: “Non c’è nessuno per te”.


L’unica cosa in cui credo è un semplice pezzo di spago marrone per uso quotidiano. A volte, senza rendercene conto, utilizziamo lo stesso spago anche per legare a noi una persona. Non importa quanto buie possano sembrare le cose, se le conosci, non importa quanto lontane esse siano, quando il tuo cuore è legato ad un altro da un comune spago di colore marrone. Non penso che tutto questo sia magico, o romantico. Ma esiste. E aiuta.

Talvolta, quando si è indaffarati nelle faccende domestiche, può capitare di perdersi e di non ricordare ciò che si stava facendo o dicendo. Non accade spesso, ma è successo a tutti in certe strane occasioni. Avviene quando l’altra persona tira lo spago. Si fa inconsciamente, nei momenti di bisogno estremo per attingere una dose di energia rigenerante, ma può anche essere un’azione voluta.
Il problema che si presenta quando si tira lo spago volutamente è che questo si sfilaccia in un punto. La stessa cosa che succede all’elastico di un vecchio paio di mutande. Poi, lentamente, riprende la sua forma originale. Non sarebbe giusto, dopo tutto, approfittare egoisticamente dell’energia vitale altrui per un tempo troppo lungo. Non si può fare molto spesso ed occorre tenere conto della natura dello spago. Tirando, si deve fare attenzione perché non si può mai sapere quando si potrà averne bisogno e, se il quel momento, lo spago sarà troppo sfilacciato.

Nella mia vita, sono ricorsa due volte a questo espediente estremo.

La prima volta è stato quando avevo sedici anni. Avevo appena rotto con il mio ragazzo, mio fratello era gravemente malato in ospedale, i miei genitori avevano da poco divorziato ed io mi trovavo lontano da casa. Quel che ricordo è che mi trovavo seduta in un affollato salone scolastico e che faceva molto caldo. Mi sentivo persa e con il cuore a pezzi. Improvvisamente, la mia vista iniziò ad offuscarsi, i palmi delle mani divennero sudaticci e mi fu quasi impossibile respirare. Scappai fuori dall’aula. Era una bellissima giornata di sole e pensai che i miei polmoni si sarebbero così ricaricati di aria sana e pulita. Ma non servì e mi sembrò che l’aria fosse, ad un tratto, troppo rarefatta per il mio apparato respiratorio.
Caddi di schiena sul terreno polveroso sollevando su entrambi i lati, per effetto dell’impatto del mio corpo a terra, una nuvola di polvere di colore marrone chiaro. Non avevo potuto evitare un urto violento e da quel momento riuscii a respirare solo ad intermittenza e per brevi attimi. Arrivò l’ambulanza e mi trasportarono all’ospedale, mentre tutte le luci mi apparivano sfocate. La mia migliore amica era accanto a me ma poi la perdetti per la confusione e l’angoscia. Ero sola e terrorizzata, più pallida della biancheria candeggiata dell’ospedale.
Tirai lo spago. “Mi spiace tanto” pensai “Vi prego, aiutatemi”.
I medici mi dissero che avevo avuto un attacco di panico, che dovevo cercare di rilassarmi e che tutto sarebbe andato a posto. Ci provai. Ma non successe nulla. Mi sedarono.
So di aver sfilacciato molto lo spago quella prima volta. In realtà, bisognerebbe solo tirarlo, mentre io mi ci tenni saldamente aggrappata. Spero che alla persona all’altra estremità non sia pesato troppo. Ma, in fondo, so che non ci ha fatto caso. Un giorno, in una certa vita, mi amerà.
Mi ci sono aggrappata perché mi sentivo sola, sventurata ed atterrita. I tranquillanti mi fecero sentire come un animale, un piccolo e buffo scoiattolo che sbuca fuori da un enorme cranio umano. Il mio corpo sembrava morto. Non riuscivo a parlare. Potevo solo guardare.
Nei giorni successivi, lasciai andare lo spago molto lentamente e, finalmente, riuscii a mettere a fuoco la mia amica che non si era mai allontanata dal mio letto.

La seconda volta che ne ho avuto bisogno è stato ieri per ricordare al mio amore di tornare a casa. Per dirgli che non so per quanto tempo ancora sarò in grado di aspettarlo. Non so se lo conosco già, ma volevo dirgli che ho bisogno di lui.

Nella regione in cui vivo c’è una siccità persistente. La terra è screpolata, asciutta e ha sete. I raccolti stanno morendo. Solo polvere su polvere che scorre via tra le dita. Ma ora sono iniziate le piogge. La siccità se ne sta andando. Quando arriverà la pioggia per me?

Nel mio recente passato, c’è stato qualcuno con cui mi sentito a mio agio. Ma è appena partito per un viaggio oltre oceano. Ci siamo frequentati come amici per alcuni mesi e siamo anche usciti una volta. Si è trattato uno strano, appassionato appuntamento. Si era accorto che io stavo cercando qualcosa di serio che lui non poteva offrirmi perché stava andando via.
Ora è lontano, ma solo per quattro mesi. L’idea che se ne sia potuto andare con tanta facilità mi uccide, e mi distrugge ancor più il pensiero che era stato lui a corteggiarmi e a dirmi in continuazione che non mi avrebbe mollata.
Prima di partire mi disse che non voleva mettersi con me perché non intendeva trascorrere tutto il tempo lontano desiderando di essere a casa con me. Volli credergli.
Gli regalai un libro con una bella dedica da portare in viaggio. Mi disse che lo avrebbe tenuto sempre con sé per ricordarsi di noi due. Mi chiese il permesso di scrivermi delle mail durante il viaggio e mi propose di rivederci al suo ritorno.
Ora sono seduta sullo stesso letto che ci ha visti insieme per la prima volta, e l’ultima. E’ passato un mese e non ho più avuto sue notizie. Forse, qualcuno potrebbe insinuare che le sue promesse erano solo chiacchiere, ma io non sono d’accordo. Non posso. Non voglio. Non so se non posso o non voglio. Ma che importa?
Quando lui tornerà, io sarò già partita per il Giappone.
Voglio che mi scriva e che mi dica ciò che mi aspetto di sentirmi dire. So che non succederà, ma ho sempre vissuto portandomi addossi il fardello di essere una sognatrice.
Tra parentesi, il ruolo del sognatore è lo scherzo più crudele che esista. Ti fa sempre immaginare il meglio e questo ti rende ancora più difficile lo sforzo di tirare il carro cui sei legato.
Da cinque anni non ho più un amore ricambiato. Nemmeno una cotta ricambiata. Mezzo decennio è un tempo troppo lungo da riempire senza romanticismo.
So benissimo che non c’è nessuna lettera in arrivo ma voglio per un istante immaginare che mi abbia scritto, solo immaginare. Non sono una donna vecchia ma mi prende spesso la nostalgia. Non è la nostalgia per ciò che è stato, bensì per ciò che verrà.
So che cosa gli risponderei.
Non c’è niente di peggio di una lettera d’amore sprecata. E mi rifiuto di cercarlo. Devo voltare pagina. Suppongo che sia la suggestione della partenza che ti fa sembrare chi parte così insostituibile.
Comunque sia, sono qui che aspetto, come una perfetta commediante, quell’unica riga da un uomo leale che non verrà per rispondergli con quintali di lettere…
“Non so se credere ancora in te. Come posso fidarmi ancora delle tue parole? Sicuramente non potresti dirmi qualcosa di meglio dell’ultima volta oppure cancelleresti tutto quello che c’è stato…No, dimentica tutto. Vieni a trovarmi qui a Tokyo – cercami nel traffico congestionato, trovami fra la gente che parla un idioma a te sconosciuto. Portami lontano da occhi indiscreti, baciami e poi dimmelo guardandomi in faccia… O meglio ancora, troviamoci in Egitto, con il suo clima caldo e secco. Ci stenderemo in riva al Nilo e ci sentiremo giovani, non importa quanto. Passerò la mia mano sulla sabbia antica e penserò a tutti gli amori sbagliati che la sfinge silenziosa vede e sui quali si rifiuta di intervenire. Dimmi come riusciremo a non essere uno di questi amori sbagliati. Dimmi che noi non ci sbaglieremo…Oppure troviamoci nella giungla, in Sud America. Potresti accorgerti che i colori più chiari che la terra ha da offrire sono più pallidi e deboli senza che ci sia io a mostrarteli? I nostri giovani corpi avvolti dall’umidità, le nostre vesti appiccicate al corpo. Dimmelo. Sicuramente, i nostri cuori potrebbero di nuovo riscaldarsi così. Fallo come vuoi, dove vuoi, ma fallo! Trova il modo per dirmi che non devo più dubitare”.

Mi sento spaesata nell’epoca in cui sono nata. Non penso che qualcuno scriva ancora cose di questo tipo. Farei fuggire inorridita la moderna civiltà rivelando i miei sentimenti tanto apertamente.
Lui mi manca moltissimo. Avrei potuto amarlo con la facilità di un tocco. Infatti, ditemi chi, avendo amato il cavallo selvaggio, poi potrebbe accontentarsi di stare da solo?
Ho tirato lo spago per fare fretta ad una persona, per chiederle di fare presto. Non so chi è, ma un giorno, ad una certa ora, di una certa vita lo saprò.

Una volta credevo di essermi innamorata di un ragazzo spagnolo. Lo credevo, ma smisi di pensarlo quando lo vidi ubriaco. Aveva dei begli occhi marrone che, con l’effetto degli alcolici, diventavano simili a quelli di un cavallo morto, sfuocati, vuoti. Avevo come la certezza che, anche se lui avesse provato per me gli stessi sentimenti che nutrivo io per lui, non avrei mai potuto amare un mago, un uomo che riusciva a farmi magicamente scomparire ogni volta che lo desiderava, proprio lì davanti ai suoi occhi.

Talvolta, però, mi sento addosso qualcosa di simile ad una maledizione. Ho degli amici i quali asseriscono che io sia impossibilmente bella, mentre io mi sento semplicemente impossibile.
E ancora una volta, mi ritrovo con il cuore a pezzi. E’ una vecchia storia…. Suppongo di dovermi rimettere il rossetto rosso perché lo spettacolo deve continuare e, in effetti, continua. Deve continuare, e continua.
Ma la luce della candela è meno luminosa per la sua assenza.
Ho perso qualcosa e la rivorrei indietro, ma non riesco a dire con precisione di che cosa si tratti. Forse, è lui che ho perduto, forse qualcos’altro o forse tutte e due le cose. Comunque sia, nonostante la vaga descrizione che ho fornito sull’oggetto mancante, mi risolleverebbe il cuore poterlo riavere.
La mia estrema stupidità mi rende patetica. A mia discolpa, posso solo dire che questa condizione mentale non mi appartiene.

Inedito, 2012

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