lunedì 30 marzo 2015

"Stronza come un assolo di contrabbasso": poesie come cortometraggi e il legame tra amore, arte e vita di Giovanni Gentile


 di Roberta De Tomi

Incontro un poeta? No, o meglio...  Giovanni "Johnny Begood" Gentile non è solo autore di una raccolta di poesie il cui titolo non passa di certo inosservato. Stronza come un assolo di contrabbasso (FaLvision Editore)... non si tratta di una mera provocazione. Già perché tutti i componimenti inclusi in questo libro nascono da un autore che ha alle spalle una solida formazione artistica a 360° (formazione in divenire). Dal cinema, al teatro, arrivando alla danza (musa che io adoro e che è poco considerata), Giovanni annovera tra le sue esperienze spettacoli di cui, oltre a essere autore è anche regista. Tra questi, cito il musical "Io & Myriam". Ma non voglio aggiungere altro: sentiamo cosa ci racconta il nostro ospite!

Giovanni è un artista dalla solida formazione
artistica... ma non si adagia
sugli allori
Benvenuto su Words!, Giovanni. Leggendo il tuo Curriculum non possiamo che rimanere impressionati. Positivamente, ovviamente! Sarebbe bello che ci parlassi del tuo excursus artistico per capire come si è definito (sempre che si sia ancora definito) il tuo rapporto con la scrittura?
Grazie Roberta! E grazie per l’impegno che metti nel tuo lavoro. Non è da tutti oggi occuparsi di un’arte complessa e un po’ trascurata come la poesia.
Venendo alla domanda, in realtà tutto quello che ho fatto parte dalla scrittura. Da giovane universitario mi sono interessato e ho studiato cinema con grandi maestri. Ma il cinema non può non partire dalla scrittura e da una sceneggiatura forte, direi che un grande film parte appunto da una grande scrittura. Poi ho iniziato a SCRIVERE sul cinema, per rotocalchi del settore e infine ho iniziato a SCRIVERE la danza. Perché, pochi lo sanno, ma anche la danza si “dovrebbe” scrivere, prima di coreografarla. Fino poi ad arrivare a fare indegnamente il drammaturgo ed il poeta.
Il mio rapporto con la scrittura non è assolutamente definito, è in divenire, in trasformazione, in ricerca continua. Nel momento in cui non sentissi più questa smania di “ricercare” forse cambierei lavoro.

Arrivo al tuo libro e il titolo è il primo elemento che si evidenzia. E in effetti… Stronza come un assolo di contrabbasso può suscitare reazioni diverse. In realtà è il titolo di una poesia che convoglia sentimenti ed emozioni forti e struggenti. A questo punto, però, il dubbio sorge spontaneo: perché hai scelto questa analogia con l’assolo di contrabbasso?
In realtà è successo anche che una delle librerie più famose e più antiche di Bari si sia rifiutata di presentarlo per una non ben definita “misoginia” nel titolo. Ma non lo ha neanche letto, ovviamente, perché altrimenti la direttrice del negozio si sarebbe resa conto che il libro è assolutamente un atto profondo d’amore nei confronti dell’universo femminile.
Il titolo nasce, invece, dal mio amore per la musica. Il contrabbasso è lo strumento più sgradevole da ascoltare durante un assolo. Il suo suono è decisamente il meno aggraziato del gruppo, ma è lo strumento che amalgama tutti gli altri, che batte il tempo e che fa sì che l’esecuzione di un brano suonato dal vivo sia buona o no. E le donne sono un po’ così, a volte sgradevoli, a volte insopportabili ma sempre indispensabili per battere il ritmo della mia vita

Parlando della poesia che dà il titolo alla raccolta: rispetto al libro ritieni che abbia un ruolo centrale o si tratta della tappa di un percorso poetico?

Non ritengo abbia un ruolo centrale, ma forse nessuna poesia ricopre questo ruolo. Ognuna rappresenta una fotografia, un attimo, un momento. E nessun momento penso sia centrale nella vita di una persona, ma è l’insieme dei momenti che formano una vita.

Come nascono i diversi componimenti, in quale contesto (temporale e geografico) e cosa vogliono esprimere? Consideri ciascuno di essi come parte di una storia o piuttosto come frammenti o affreschi o “pennellate di vita” come li definisce la giornalista Valentina Nuzzaci?
Non ho una regola generale. La maggior parte nascono da un’emozione innanzitutto. Poi dopo averla provata, è come se le parole mi girassero vorticosamente in mente, delle frasi, delle costruzioni grammaticali. E devo assolutamente scriverle, metterle su carte, rigorosamente a mano, con carta e penna. Poi le riscrivo e le cambio, poi vado ancora più in profondità dentro di me e nelle parole, e la riscrivo. Arrivo a scriverne perfino sei o sette versioni, ricercando sempre più in profondità nel linguaggio e nelle emozioni. E’ un lavoro anche emotivamente abbastanza faticoso.

“Il condannato” mi ha colpito molto per quelle componenti di sacro e profano (o meglio blasfeme?) che la caratterizza. Questo condannato che ha scritto “viva i bordelli”, chi è? Con questo componimento attacchi certo perbenismo? O vai oltre?   Il condannato sono sicuramente io e i bordelli sono tutti quei luoghi, quelle idee, quelle situazioni, che il pensiero borghese corrente, appiattito su una morale falsa, condanna come “disdicevoli”. Tra questi luoghi ci sono anche i bordelli veri, quelli nel vero senso della parola. Amo decisamente vivere le mie curiosità e in un certo momento della mia vita mi ha incuriosito anche quel tipo di ambiente. Non potevo conoscerlo solo dai racconti di Bukowski o dalle canzoni di De Andrè, avevo bisogno di sentirne personalmente i suoni, gli odori, vederne i colori. Ma come faccio con tutto quello che mi incuriosisce intellettualmente d’altronde. Però, ripeto, il “viva i bordelli” si riferisce più ad una idea che ad un luogo fisico.

Tu parli de “Il nostro amore” ma anche di un “Campo di battaglia”. Dai numerose definizioni dell’amore, ne fai emergere le più sottili sfumature. Ti chiedo… che cos’è l’amore di cui scrivi? Alla fine è qualcosa che si esaurisce, che brucia, che ti annienta, ti libera? O è un sentimento che comprende un tutto che non si lascia definire così facilmente? Non credo si possa definire l’amore. E’ un po’ come Dio, tutti ne scrivono ma nessuno l’ha mai visto. Tutti lo sentono o dovrebbero sentirlo, ma tutti lo sentono in modo differente. Differente tra un essere umano ed un altro e differente a seconda del tempo in cui lo si vive, dell’età, del proprio momento storico personale. Mi sono sempre chiesto “c’è un modo giusto di amare?”, non lo so, e se c’è io non l’ho ancora trovato. O forse tutti i modi di amare, tranne quelli che portano alla violenza, sono leciti.

In che rapporto è l’amore con la vita e con l’arte?
Ti rispondo con una frase di Piero Ciampi, grande cantautore e poeta degli anni 70, a cui ho dedicato uno spettacolo. “L’amore è il marito della vita”. E io aggiungo “….e il padre dell’arte”

Dei componimenti, a quale o a quali sei più legato e per quale ragione? Quale è stato più difficile da scrivere, quale è nato in un attimo?
Questa è una domanda difficile! Ti potrei rispondere come fanno quelli bravi “ogni componimento è come un figlio, si amano tutti”. In realtà, essendo davvero delle fotografie, ci sono momenti che ho molto amato e non è detto che tutti i momenti che ho amato siano stati belli. “Una gatta” ad esempio la amo molto, così come “Stronza come un assolo di contrabbasso” o “Il gabbiano”. Ci sono momenti che si amano più di altri.

Il tuo è un verso sciolto di cui, a una lettura attenta, si può cogliere la musicalità. Hai scritto queste poesie utilizzando un metodo particolare, nascono da un’ispirazione o da un lavoro preciso? Come hanno sortito la loro influenza le diverse discipline artistiche cui ti rivolgi?   
 Come ti ho detto, ogni poesia ha dietro un lavoro di ricerca, emozionale, prima di tutto, poi lessicale e concettuale. Sicuramente il mio lavorare prima per il cinema poi per la danza e poi per il teatro, mi ha condizionato e abituato a lavorare per immagini. E, chi ha letto il libro, mi ha detto che ogni poesia si “vede”. E’ un’immagine, un film, un cortometraggio. Quindi, senza farlo apposta, anche qui ho lavorato per immagini, ma evidentemente è proprio il mio modo naturale di scrivere.

Chi o cosa ti ispira? Hai dei modelli o “assorbi” tutto quello che ti stimola in ambito artistico?
 Penso che qualunque cosa si legga, si guardi o si ascolti, diventi parte di te, involontariamente. Entra a far parte del tuo codice genetico. E questo codice, nel momento creativo, volente o no, viene fuori. Io ti posso dire che sono cresciuto con Pavese, con Borges, con Pasolini, con Baudelaire, con Salvatores, Kubrick e Lynch. De Andrè, de Gregori, Ciampi. E penso che tutte queste influenze ci siano in quello che scrivo. Non lo faccio apposta ma come fisicamente assomigliamo ai nostri genitori, creativamente assomigliamo ai creativi che amiamo.

Come detto, tra le svariate attività, annoveri anche quelle di autore e di regista teatrale. Pensi di trarre da questo libro uno spettacolo? O piuttosto è il frutto del tuo variegato percorso artistico?
C’è già uno spettacolo che parte dalle mie poesie che si chiama “Gli uomini vengono da Marte, una fava. Io vengo dal bar all’angolo”. E’ la storia d’amore tra un uomo maturo e una danzatrice appena diciottenne. La resa di quest’uomo davanti a tre mondi che non capisce, quello delle donne, quello delle danzatrici e quello delle diciottenni, tutto racchiuso nella donna che ama.

Che cosa significa per te aver pubblicato questo libro? Che tappa rappresenta nel tuo percorso artistico?
Rappresenta la fine di un ciclo. Due anni di vita e di lavoro, da “solista”, come si direbbe nella musica e da autore e regista della mia amata Compagnia Teatro Prisma. Due anni di lavoro intenso e di vita intensa, di tante cose dette e fatte, non dette e non fatte. Adesso si riparte verso un nuovo viaggio. A proposito, devo assolutamente ringraziare per questo cammino fatto, gli altri due soci fondatori della compagnia, il maestro Vito Liturri, grandissimo pianista e grandissimo compositore, e il maestro Marco Boccia, altrettanto grande contrabbassista, che lavorano con me ormai da anni e che scrivono le musiche per i miei spettacoli

Quali sono i tuoi progetti futuri? Ci puoi svelare qualcosa?
In questo momento della mia vita mi sto un po’ guardando intorno. Come dicevo ho chiuso un ciclo di vita con questo libro, sto continuando ovviamente a scrivere poesie e sono in scrittura del mio nuovo lavoro teatrale dal titolo “Le due vergini”, del quale, per scaramanzia, non dirò nulla. Poi non so, fino a giugno starò alla finestra, e dalla finestra le cose si vedono meglio. Appena saprò da che parte andare te lo dirò!


Sulle poesie di Giovanni Gentile

Poesie libere da schemi, un verso sciolto che scorre cesellando immagini che si ricompongono in momenti di arte, vita e amore.




Scheda tecnica del libro


Stronza come un assolo di contrabbasso

di Giovanni Gentile
FaLvision Editore
Collana: Polychromos poesia
Pagine: 50
Prezzo: € 7,00
ISBN: 9788896931714
Sito: http://www.falvisioneditore.net/

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