mercoledì 8 aprile 2015

Cosa non si sa di “25 parole di donna”: la cultura che vorrebbe essere anche lavoro #ioparlo #vogliounfuturo

di Roberta De Tomi

Abbiamo già parlato di “25 parole di donna”, l’evento realizzato lo scorso 30 novembre presso La Bastìa di San Possidonio. Nello specifico, abbiamo fornito una cronaca dell’evento (clicca qui per leggere il post), cercando di mettere in evidenza la partecipazione di autori/autrici e artisti/e che hanno contribuito egregiamente al buon esito del pomeriggio. Ora, però, vorrei focalizzarmi su ciò che non è stato mai detto (e compreso) di questo evento. “25 parole di donna” è stato ideato e realizzato cercando di coronare diversi obiettivi, tutti convergenti in quello principale: sensibilizzare sul tema della violenza sulle donne, attraverso le diverse discipline artistiche, prima fra tutte, la scrittura.
Non si è però mai parlato degli sforzi sottesi al coronamento di tali obiettivi, legati alla concretizzazione di un’iniziativa a carattere privato supportata economicamente da chi ha organizzato il tutto. Sto parlando di persone che sanno che cosa vuole dire essere Neet e/o precari. E di persone che cercano di lavorare nell'ambito della cultura (e di altri ambiti connessi quali la Comunicazione, l'Editoria etc...) avanzando a piccoli passi. In tale senso, “25 parole di donna” ha cercato di fare un passo avanti. Vediamo come.

Un momento dell'evento, con l'artista
Doriano Ghidotti

“Io voglio scrivere.”
“Io voglio fare cultura.”
Quante volte lo sentiamo dire? E diciamocelo, fare cultura è un obiettivo di tanti; molti “di questi tanti”, hanno però un’idea molto astratta del “fare cultura”. A volte sembra molto facile. Studi una manciata di libri, scrivi un racconto magari di getto che credi sia frutto di un genio improvviso (passatemi l'ironia: del resto dietro a un romanzo o a un bestseller c'è una scrittura di getto, no?), ti presenti a un pubblico et… voilà… fai già cultura. A questo punto, il tuo sguardo s’illumina d’immenso, poiché il tuo nome compare su un volantino o sull’articolo di un quotidiano locale. E la visibilità ti compensa degli sforzi fatti, nonché ti fa pensare di essere già entrato nel Gotha della Sacra Cultura Unita. Lavorando gratis, ovviamente.

Passatemi l’ironia, visto che la sottoscritta, dopo una laurea al Dams e diversi anni nel giornalismo e nell’organizzazione di eventi con tanto di corso mirato, deve essere trattata come “la giovane della gavetta accanto”. Non mi lamento, né mi sento o sentirò mai arrivata, in un ambito in cui c’è sempre da imparare, anche se, nel frattempo, ho alternato momenti da Neet (veramente angoscianti), a momenti di precarietà in cui mi sono adattata a situazioni lavorative di diverso tipo, alcune delle quali assurde; salvo poi sentirmi dire che le questioni economiche sono in fondo marginali. In fondo, conta la salute... quante volte me lo dicono, come se presente e futuro fossero dettagli? Si tratta di affermazioni decisamente infelici, soprattutto se fatte a chi è precario; magari chi la formula, anche in buona fede, crede che i genitori siano sempre lì ad allungarti la paghetta, finché non ti decidi, nel mio caso di donna, a trovarti un marito che possa mantenerti, pure in tempi critici e manco ci fossero soltanto milionari in giro (e anche qua, passatemi di nuovo l’ironia). Risparmio per ora alcune considerazioni che farò in un prossimo articolo, in cui affronterò temi decisamente scottanti e legati al sesso, e mi concentrerò su “25 parole di donna”.

“25 parole di donna” nasce dall’iniziativa mia e della giornalista Angiolina Gozzi (freelance che conosce a sua volta molto bene la precarietà) con diverse finalità.
La prima, di sensibilizzazione, attraverso le letture di racconti e poesie incentrati sul tema della violenza sulle donne.
In gergo, si tratta dell’idea creativa che va individuata laddove s’intenda organizzare un evento.
La seconda finalità: creare un momento di aggregazione sul territorio di uno dei comuni colpiti dal terremoto del maggio 2012.
La terza finalità, non meno importante delle precedenti: creare momenti di elaborazione creativa, coinvolgendo le diverse discipline artistiche. Quindi, poesia, narrativa, musica, pittura e teatro sono state le protagoniste indiscusse del pomeriggio, come abbiamo già scritto qui.
Le performance che si sono susseguite sono state toccanti, come emozionanti sono stati tutti i racconti e le poesie che hanno saputo affrontare il tema della violenza in maniera efficace e coinvolgente.

Ovviamente, non sono mancati errori, legati in primis alla dilatazione delle tempistiche, anche se il senso di un evento di questo tipo dovrebbe prescindere le tempistiche, a favore dell’obiettivo aggregativo di cui purtroppo non è stato colto il senso da alcuni.
Altri errori sono stati impuntati all’organizzazione rispetto ad alcuni momenti, ma in maniera superficiale e con indicazioni di responsabilità che di fatto non hanno riguardato l’organizzazione. Tralascio qualche retroscena che meriterebbe di essere svelato per capire quanto certe forme di nonnismo, frutto di una mentalità un po' provinciale, siano presenti in questo paese; e temo che saranno dure a morire.
Non voglio nemmeno risultare polemica, al contrario, vorrei che la riflessione sviluppata in questo articolo diventasse proficua e capace di scuotere le coscienze. Sto pur sempre parlando di futuro e che si voglia o no, il futuro riguarda tutti noi. Ogni nostra azione, si riflette anche sugli altri, anche se non lo vogliam; nel paese dei giardinetti, andrebbe ogni tanto bene aprire i cancelletti per fare entrare qualcuno.

Ma torno all'evento, mettendo in rilievo ciò di cui non si è mai parlato e che, credo sia giusto far risaltare nel contesto del tema #ioparlo #iovogliounfuturo.
“25 parole di donna”, che ha avuto il patrocinio del Comune di San Possidonio e dell’Unione Comuni Modenesi Area Nord, è stata un’iniziativa molto pesante dal punto di vista organizzativo e supportato dallo sforzo economico di chi si è messo in gioco, in vista di ipotetici, successivi eventi futuri visti come vere e proprie imprese. Mi riferisco a persone che non navigano certamente nell’oro e che ogni giorno affrontano la lotta contro la precarietà. Persone che si sono messe in gioco, laddove spesso i vuoti sono colmanti dalle solite lamentele di chi parla e non fa.
Quest’ultimo discorso, purtroppo non è stato colto, in un paese in cui anche chi ha studiato e ha esperienza nel campo degli eventi, deve fare i conti con Messere Volontariato. "25 parole di donna" è stato reso possibile grazie all’ospitalità de La Bastìa (e per questo un grazie immenso a Roberto Baldini e a La Bastìa); già perché trovare una location non è semplice e spesso i costi sono (giustamente) esosi; Guido Casoni, il regista che ha effettuato le splendide riprese ha lavorato da professionista; si è cercato, in forma privata, di offrire momenti di ristoro agli artisti. Mettiamoci anche il tempo speso da parte degli organizzatori per elaborare il progetto, l’immagine e la comunicazione dell’evento. Per chi non dà valore al tempo, quest’ultimo può sembrare un discorso superfluo; ma in realtà, ogni ora dedicata diventa il compendio di anni di studio (con relativa spesa) e di esperienze che si ripongono nell’atto, ma ciò non viene mai considerato, soprattutto dai fautori di Messere Volontariato. Volontariato che, sia chiaro, non condanno, ma che ormai sembra dilagare come un fenomeno "virale", divenendo abusato, nonché surrogato di ciò che dovrebbe essere un lavoro a tutti gli effetti.

Ho illustrato gli sforzi economici legati alla realizzazione di "25 parole di donna" per dare un piccolo esempio – sottolineo piccolo – di un evento che ha cercato di muoversi in una direzione alternativa. Avremmo potuto fare di più e meglio? Sicuramente. Ma si tratta di un caso tra altri mille tentativi attuati da chi, con gradi sforzi e difficoltà è costretto a nuotare nell’oceano della gratuità. Una gratuità che troppo spesso si sente compensata dalla gratificazione legata alla visibilità; ma tale visibilità spesso diventa fine a se stessa in un mondo che ruota intorno alla visibilità e che quindi porta a una massificazione della stessa. Il risultato? Sei un nome come altri, laddove l’essere professionista diventa la vera nota distintiva di chi “cerca di fare cultura” a vari livelli.
E purtroppo chi cerca di operare in un settore, vede il proprio ruolo travolto da questa cascata di “visibilità gratuita”. In certi casi, la definirei obbligata e ormai parte di un sistema (ahimé) consolidato. Potrei fare un elenco di straodinari professionisti operanti nei diversi ambiti culturali, poco noti da chi sgomita per ottenere questa visibilità. E intanto gli stessi sgomitatori (e non solo loro) sono i primi che poi si lamentano della crisi, aiutata ulteriormente anche da chi, come loro, lavora gratis (ma a questo nessuno ci pensa) imponendo la gratuità a chi cerca occasioni di lavoro. Il tutto in un sistema in cui Miss Gratuità è ormai regina indiscussa di un regno un po’ decadente.

Aproposito di lamentele (in un paese in cui la lamentela e la critica fine a se stessa da chi poi non muove un dito, sono sport nazionale): ci si lamenta sempre perché si sprofonda nella palude dell’immobilismo, ma poi, quando qualcuno si muove e questo qualcuno non appartiene alla cerchia dei soliti noti, ecco che gli atteggiamenti mutano in rapporto a eventuali interessi. Non frulla certo in testa che un’iniziativa possa dare una scossa portando vantaggi a una comunità intera. Anzi, al primo errore, scattano le recriminazioni, salvo poi tornare all’elogio nel momento in cui si eleva il coro degli elogi, soprattutto se a farli sono (guarda caso) persone autorevoli.
Riassumento il concetto di questo paragrafetto: più spesso, dall’indifferenza si passa alla critica distruttiva fine a se stessa, salvo poi, una volta passato il momento, tornare a lamentarsi perché “nessuno fa niente”. E intanto, paradossalmente, chi cerca di muovere le acque, sembra essere destinato, salvo altri ordini e protezioni ottenute, essere travolto da queste acque stagnanti.

Tralascio di focalizzarmi su altre disquisizione e forme di improvvisazioni che vanno a travolgere chi opera nel settore… Oltretutto ci hanno insegnato che sei giovane anche a quarant’anni (forse anche cinquanta!) e che anche se sei preparato, capace e dotato di una certa esperienza lavorativa, in quanto giovane puoi anche essere precario o Neet. Non importa se poi fai qualcosa di valido proiettandoti nella dimensione di un’iniziativa che a piccoli passi cerca di svincolarsi dalle solite logiche di volontariato. Quella è “roba da grandi”. E intanto il tempo passa e tu diventi grande. Ma poi, è troppo tardi. E il tuo futuro è già "ito".

Con “25 parole di donna” abbiamo cercato di diventare grandi. Almeno un poco.  Si spera di poter riuscire a organizzare un altro evento (o meglio, altri eventi o iniziative/progetti culturali e professionali), compiendo altri passi avanti, altri sforzi organizzativi, creativi ed economici. Sforzi che possano dare adito a qualcosa di solido dal punto di vista professionale, oltre le critiche, oltre gli sgomitatori destinati a perdersi nella cascata della visibilità omologante. Essere professionista fa la differenza. Anche se la gratuità sembra essere il destino, facente parte di un sistema sclerotizzato. Ma a me, come a molti, ciò non va. Noi vogliamo un futuro pensando al futuro degli altri.

#ioparlo #vogliounfuturo #GenerazioneNeet #precari





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