venerdì 10 aprile 2015

"Stronza come un assolo di contrabbasso": tra il sacro e il profano di Giovanni Gentile, tu "ombra impalpabile/che scorre tra le dita"

di Roberta De Tomi

Le parole scivolano via come pennellate che tracciano solchi, ora a tinte forti, ora a tinte lievi; più spesso ricompongono i travagli dell'anima e del cuore. "Intanto sono le sei,/ennesima fottuta malinconia della mia vita/con nome di donna". Stronza come un assolo di contrabbasso (FaLvision Editore), non nasce né da un'ideologia misogina, ma neppure da un becero trickster disperato. Per leggere questa raccolta di poesie, occorre focalizzarsi fino a un certo punto sul titolo, salvo poi scoprirne il senso, al termine del libro. Un libro di semplice fruizione, ma per niente scontato. Dopo l'intervista all'autore (che puoi leggere qui), Giovanni Gentile, ecco la recensione.

Non voglio soffermarmi sul titolo, almeno, non adesso. Stronza come un assolo di contrabbasso ha tutte le carte in regola per dare adito a qualche controversia, prima fra tutte, quelle legate all'idea che questa raccolta di poesie abbia un'impronta misogina. In realtà, nulla di tutto questo, perché se si cambiasse il genere e il poeta fosse una donna, il concetto del libro non cambierebbe. La differenza la fa ciascun componimento, la cui stesura è stata alimentata dal background di un artista che della versatilità fa il suo (secondo?) mestiere. Questo background si avverte fortemente a una lettura attenta del libro.

Ogni poesia della raccolta è un impasto di immagini, stati d'animo e sentimenti che scivolano, rapidi, componendo vere e proprie sequenze "filmiche". Il perno attorno al quale ruota il tutto è una storia d'amore che al lettore sembra di vivere in prima persona, grazie a parole e immagini che nella loro semplicità si tingono di una musicalità peculiare.

Il verso sciolto procede, libero da artifici o da sterili sperimentalismi; l'impressione è davvero quella di una parola spontanea, anche se a una lettura attenta, si scorge un lavoro di levigazione importante da parte dell'autore. Ne risulta un'opera che si lascia leggere senza troppi inghippi. Le immagini criptiche vengono sostituite da quelle attinte alla quotidianità, in un mix di sacro e profano che non cerca lo scandalo a tutti i costi. Quella di Giovanni è una poesia intrisa di vita, grazie a quel poeta che scrive "w i bordelli" e per questo è condannato da una giuria di perbenisti; ma è anche una poesia ricca di riferimenti all'arte, alla letteratura e alla musica. Il poeta è un artista che ama ed è amato, ma che dall'amore rimane deluso, trovando però in questa delusione le ragioni per continuare a vivere.

L'amore di Giovanni ha mille (e più) facce. "E' carne straziata" oppure "é l'India, / dove si muore per strada e si vive in eterno" ("Il nostro amore"). Del suo amore, l'autore restituisce connotazione anti-angelicate, alcune delle quali tratte dal mondo della danza ("piedi da ballerina da fasciare" - "Aspetto novembre"). L'amore diventa assenza nel momento in cui "lei" esce dalla vita di lui. Il poeta ci fa avvertire la rabbia provata in questo frangente nella poesia che dà il titolo alla raccolta: "E soprattutto non ho voglia di ascoltare/i tuoi latrati di cagna randagia,/mentre abbai bugie su di te,su di noi", ma ci racconta anche della presa di coscienza del poeta stesso. "Ho portato via da casa tua/l'unica cosa che davvero per me contava: Giovanni - "Le cose che ho dimenticato a casa tua"), fino a un'altra consapevolezza acquisita, espressa alla fine del libro: "e gli occhi si voltano per l'ultima volta/verso una sedia che rimarrà vuota per sempre" - "Vorrei tanto scrivere di noi").

La donna di cui scrive il poeta, è un soggetto forte, carnale ma allo stesso tempo, spirituale. Non è un angelo, ed è meno evanescente di una ballerina di Degas, ma è sicuramente una creatura che non si lascia etichettare. Risalta sicuramente in tutta la sua umanità, ma anche per il ruolo centrale che ha nella vita del poeta che evita qualsiasi stereotipo culturale, regalando al lettore un ritratto di donna reale e concreto.  

I versi che leggiamo sono ricchi di contaminazioni e scivolano celeri, rifuggendo dall'artificio. L'impressione è quella di essere davanti a micro racconti, tanto è fluida la lettura; in realtà, a parte alcuni punti in cui la virgola avrebbe potuto essere eliminata, specie alla fine dei versi, la scelta delle parole da parte dell'autore è oculata. Immagini già rodate in poesia, quali  quella della sensualità della donna accostata alla gatta o l'immagine del gabbiano, sono calate in un contesto "nuovo" e personale. L'uso dell'anafora, anziché creare un effetto di ripetizione pedissequa, consente di rendere più incisivi i concetti espressi, evocandone al contempo altri che trascendono il tangibile. Quello che spicca è il sentimento, su cui Giovanni Gentile ha lavorato, forgiando una semantica un po' pascoliana (per la presenza di elementi quotidiani), un po' dannunziana (per la sensualità, mai volgare, presente in molti versi) per cercare di arrivare anche al lettore meno avvezzo alla poesia. E ci riesce.

In sintesi

Stronza come un assolo di contrabbasso raccoglie componimenti che tracciano solchi di un cuore innamorato. Non esprime alcun concetto misogino: le mille facce di un amore viscerale emergono da versi scolpiti con lo scalpello dell'arte e del sentimento, fondendo sacro e profano e immagini già rodate ad altre legate al mondo del poeta. Una lettura emozionante che scivola via con semplicità ed efficacia.  E alla fine risalta la centralità del ruolo che la donna ha nella vita di un uomo.  

Per leggere l'intervista all'autoree la scheda del libro, clicca qui






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