lunedì 25 maggio 2015

Tamara V. Mussio si racconta: dall'Associazione gli Spaccia Lezioni al libro umoristico "Parla che ti ascolto (... forse)", la Cultura è la sua mission

Quattro (e più) chiacchiere con
Tamara V. Mussio, autrice di
"Parla che ti ascolto" (...forse)
di Roberta De Tomi

La sua passione principale è la lettura, ma la scrittura è stata un'occasione per portare sulla carta stati ed emozioni. Parole d'inchiostro plasmate nel tempo di una ricerca che pone la Cultura al centro della sua attenzione (e della sua mission). Tamara V. Mussio, Presidente dell'Associazione Culturale Gli Spaccia Lezioni (visualizza il sito qui) è autrice di Parla che ti ascolto... (forse) (TAAC!BOOK! Publishing), un lavoro che spalanca una voragine sulle manie e sulle ossessioni della nostra Società. Ma lasciamo la parola a Tamara che sulla Cultura ha le idee chiare!

Tamara e la sua passione per Cultura...
con la C (maiuscola)!
Ciao, Tamara, benvenuta su Words! Raccontaci qualcosa della tua formazione e del tuo rapporto con la scrittura.
Ciao Roberta. Prima di tutto, grazie per l’ospitalità e per lo spazio che mi stai dedicando qui, in Words! È sempre piacevole passare “dall’altra parte della barricata”, ogni tanto. La mia formazione è cominciata con il liceo scientifico (errore madornale), per poi tornare sulla retta via all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia, dove mi sono laureata in Lettere Moderne, Storia della Lingua Italiana. Ho iniziato a coltivare la mia passione per la lettura e la scrittura già da piccola e più studiavo, più mi innamoravo dei libri. Ammetto che amo molto di più leggere che scrivere. La scrittura è stata, per me, una valvola di sfogo. Essendo stata una bambina molto timida e introversa, armarmi di carta e penna mi aiutava a mettere nero su bianco le mie sensazioni ed emozioni; mai pensando che un giorno avrei potuto pubblicare. I primi esperimenti di scrittura sono state delle filastrocche (che chiamavo poesie), perché sono una forma di letteratura a metà tra le mie due passioni, la parola e la musica. Fino al 2003-2004 ho scritto delle filastrocche o simil-poesie (che stanno ben nascoste a casa). Dal 2004-2005 ho deciso di iniziare a raccogliere i miei scritti, numerandoli e datandoli, in modo da poter ripercorrere le fasi della mia crescita e della mia evoluzione. Non sono una scrittrice compulsiva, non scrivo di getto tutto quello che mi passa per la testa. Più cresco, più pongo attenzione ai miei scritti. Cerco di farne meno e curarli il più possibile. Il passo successivo è avvenuto nel 2014, dopo la pubblicazione, nel 2013, della mia prima raccolta di poesie Quattro stelle cadenti e una lucciola. A quel punto mi sono sentita abbastanza sicura da voler tentare la strada della prosa, che per me risulta sempre un po’ ostica, ed è nata la mia raccolta di racconti comici a cornice Parla che ti ascolto (…forse).

Colgo l'occasione per chiederti di parlarci dell'Associazione Culturale Gli Spaccia Lezioni. Quando nasce e con quali obiettivi? Come s'intreccia con la tua passione per la lettura e per la scrittura?
L’Associazione Culturale Gli Spaccia Lezioni è nata a marzo del 2013, prima come canale Youtube e pagina Facebook, con l’obiettivo di “spacciare lezioni”, cioè creare una piattaforma on-line, nella quale i ragazzi avrebbero potuto trovare una serie di lezioni “preconfezionate” di varie materie. Lezioni che seguissero veramente e alla lettera alcuni dei migliori manuali che, solitamente, nelle scuole vengono selvaggiamente mutilati per stare nei tempi. A causa della poca professionalità di alcune collaboratrici. mi sono ritrovata da sola, per i primi mesi, a gestire semplicemente le lezioni di Grammatica Italiana. Nel giro di sei mesi ho deviato completamente la portata dell’iniziativa rendendo Gli Spaccia Lezioni, prima un blog, poi un’Associazione Culturale, con l’obiettivo di parlare di “Tutto ciò che può essere imparato”. Tutta l’Associazione e quindi il blog, si basano sulla mia personale (forse sbagliata) idea di cultura: se posso impararlo, allora è cultura. Di conseguenza c’è spazio per vari argomenti: letteratura, musica, arte, eventi, viaggi, cinema, territorio, ambiente, televisione e attualità. In seguito ho deciso di dare spazio agli scrittori esordienti, organizzando eventi on-line, recensioni, interviste e eventi dal vivo. Nel 2013 ho organizzato l’evento “Sosta artistica alla Croce di Malta” (con la partecipazione di 4 scrittori, un fotografo artistico e un disegnatore gotico). Nel 2014 gli eventi sono stati ben nove, che hanno coinvolto varie rubriche del blog, dalle gite enogastronomico-culturali, alle presentazioni di autori emergenti, al cinema autoprodotto, alle notti a tema. Sono tutti eventi rintracciabili nel blog. Considerando che il motto dell’Associazione è “Escogito ergo sum” (pianifico/programmo quindi sono), sono in atto nuovi cambiamenti.
Per quanto riguarda la scrittura: entrare nel mondo della piccola e media editoria, come nel mondo del self-publishing, mi ha aiutato a capire come “dovrebbero” funzionare certe realtà, anche se si trovano sempre imprevisti o situazioni che mettono a dura prova la mia comprensione di quell’universo parallelo che è l’editoria italiana. Sicuramente confrontarmi con altri scrittori, giovani e non, mi ha aiutata a capire se e come distinguermi; con quali tipi di letteratura non avrei mai voluto avere a che fare e quali altri mi hanno affascinata, senza che me l’aspettassi.


Arriviamo al libro e al suo titolo... perché Parla che ti ascolto (...forse)?
Confesso che, per la prima volta da quando ho iniziato a scrivere, il titolo è arrivato quasi subito. Se non ricordo male, dopo il primo o il secondo racconto della raccolta. In realtà questo titolo viene da una frase tipica che si dice, non so se proprio in tutto il bresciano, sicuramente nella mia zona e viene utilizzata spesso, soprattutto dagli adulti nei confronti dei bambini o dei più giovani. Sarebbe la traduzione meno dialettale possibile di “Tu parla che io ti ascolto” (che in dialetto bresciano suona come un “ti ascolto si e no perché adesso sto facendo altro”). Il “forse” viene aggiunto da chi deve parlare. Ecco che entra in campo la mia laurea e il mio amore per l’evoluzione linguistica: un concetto che in italiano ha bisogno di tutte queste righe per essere espresso, viene riassunto in dialetto in cinque parole; in più rappresenta perfettamente lo spirito del protagonista, che dovrebbe ascoltare ma, in realtà, fa ben altro.

Che cosa ci racconti?

In breve: il protagonista è Mattia Sorrenti, un 35enne che si è comprato una laurea falsa in Psicologia e cerca di nutrire il suo ego smisurato fingendosi dottore e dedicando tutto se stesso alle apparenze. Tutto il libro ruota attorno a una giornata lavorativa di Sorrenti, e ogni racconto presenta un personaggio/paziente diverso. Nessuno di questi pazienti è realmente “malato” (ho chiarito bene nella nota introduttiva che non parlo di malattie reali, perché non ne ho le competenze. L’unica vera malattia psichiatrica citata c’è perché l’ho conosciuta), ma presentano delle ossessioni o manie, tipiche della società umana. Non sono stereotipi, ma personaggi in grado di rappresentare tutti e nessuno, “tipi” che potremmo aver conosciuto tutti, una volta nella vita. In aggiunta il dottore, non offre mai consigli “medici” ma cinicamente logici, a volte ad alta voce con il paziente, molto più spesso attraverso delle battute che mostrano al lettore i veri pensieri di Sorrenti. Questi pensieri, queste battute che ho cercato di rendere il più fulminanti possibili, vogliono essere un modo, per il lettore, di dire ad alta voce quello che si ha solo il coraggio di pensare. Al termine delle varie sedute, qualcuno tornerà, qualcuno se ne andrà ma tutti, una volta a casa, dovranno cercare di mettere in pratica i consigli dello psicologo.

La versione e-book del libro
Quali tematiche sviluppi?
Le due tematiche principali sono: l’apparenza e l’ossessione. Il dottore punta tutto sull’apparire, essere più di quello che è, dimenticandosi che chi ha di fronte non sono bambini a cui dire che il loro disegno è bellissimo, anche se non è vero. Quelle sono persone che agiranno in conseguenza alle sue affermazioni, ottenendo o meno dei risultati. Il tema dell’ossessione, invece, è un tema comune nella comicità. Quando si dice “Non fartene una malattia”: ecco, il punto sta lì. L’ossessione per qualcosa diventa motivo di disagio, di insicurezza e di ansia. La reazione tipica è cercare aiuto, anche per le questioni più banali. Tuttavia, la maggior parte delle problematiche esposte nel libro sono solo ossessioni o manie che influenzano la vita delle persone, che non avrebbero bisogno di essere analizzate da uno psicologo; basterebbe un amico. In alcuni casi le ossessioni non sono nemmeno del paziente in se, ma di chi gli sta vicino.
Una terza tematica è il cinismo, che rappresenta l’unico filtro apparentemente coerente con cui si possano analizzare i vari casi. Il cinismo è anche tipicamente classificato come Humor Inglese ed è il tipo di ironia che apprezzo di più.

Chi sono i protagonisti e a chi/cosa ti sei ispirata per delinearli?

I protagonisti sono vari: un operaio, una mamma, una casalinga, una donna in carriera, un professore e un bambino, più il dottore e altri due personaggi a lui collegati. Il dottore, in parte sono io, con tutto quello che avrei voluto dire, ma lascio spazio anche al lettore perché ci metta del suo. Ogni personaggio è ispirato a ciò che ho visto, sentito o a chi potrei avere incontrato, che ha poi fatto nascere queste figure. L’unico vero personaggio che ha una sua controparte reale è il primo, Giacomo Bonelli, che sono io, in tutto e per tutto, con la mia fobia di tutto ciò che ha delle piume. Sono io che dico a me stessa che un "cosino minuscolo" come un piccione non può avere la meglio su di me… non ha funzionato granché… ci sto ancora lavorando.

La vicenda si colloca in un particolare contesto storico-geografico? Come influisce (se influisce) questo contesto nella vicenda?
Il contesto geografico è Milano perché, per chi come me viene dalla campagna bresciana, la città è il massimo emblema della superficialità e della necessità di “non apparire un provinciale”. Ho scelto Milano perché mi ha sempre messa in soggezione: una grande città, dispersiva, caotica, rumorosa, dove c’è tutto e niente, e dove per essere qualcuno devi fare come il pesce palla, gonfiarti finché non diventi più grande di tutto il resto. Il contesto storico è quello attuale, in cui sembra che l’unica priorità si apparire per non scomparire nella massa e dove la frode è ormai l’anima del mondo. Questa ambientazione mi ha aiutato a rendere più generico e dispersivo il contesto concreto del luogo in cui si trova lo studio, delle varie tipologie di pazienti da inserire, e aiuta anche il lettore a confrontarsi con una realtà che conosce. Ovviamente Milano può essere sostituita da una qualunque altra grande città.

Dal punto di vista dello stile, come hai lavorato?
L’impostazione della raccolta, fino all’Epilogo, è tipica delle commedie greche e latine (la letteratura classica è un’altra delle mie passioni): l’azione si svolge nella stessa giornata, nello stesso luogo, con un semplice cambio dei personaggi sulla scena. Gli unici due momenti esterni allo studio di Mattia Sorrenti sono la pausa pranzo (nelle commedie antiche, il cambio da un atto all’altro avveniva magari con delle scene in esterna nelle strade), e l’Epilogo, dove si entra nella case di tutti i protagonisti della storia.
Per quanto riguarda lo stile narrativo ho cercato di essere il più chiara possibile, ma senza utilizzare la “lingua parlata”: sono della vecchia scuola e quindi sono convinta che un libro debba avere come prima e inevitabile funzione quella di “insegnare”, a cominciare proprio dall’insegnare la lingua italiana così com’è. Ovviamente ogni personaggio ha il suo registro linguistico, adatto alla personalità che presenta, ma ho cercato di mantenere quel fondo di eleganza tipico della lingua italiana. Purtroppo sono una brutta bestia e non amo chi scrive in gergo o scimmiottando la lingua parlata solo “per avvicinare il libro al pubblico”.

Cosa vuoi trasmettere ai lettori?
L’obiettivo più alto, forse anche troppo, è che il lettore possa “usare” il mio libro esattamente come il pubblico “usava” le commedie e le tragedie greche e latine: come mezzo di catarsi. Leggere un libro dove si possa dare libero sfogo ai pensieri: si può dire, pensare, insultare e mandare a quel paese tutti i protagonisti o anche il dottore. Una volta chiuso, mi sento meglio.
Più semplicemente mi piacerebbe far divertire, proporre una lettura leggera, che non richieda troppo impegno mentale e che sia piacevole. Senza nulla togliere a nessuno, ma scegliendo le letture delle prossime recensioni ho fatto fatica a trovare un libro “rilassante”. I temi trattati attualmente sono forti, duri, che sconvolgono o che obbligano la mente e la coscienza a mettersi in gioco. Altrimenti si passa alla letteratura per ragazzi con i Paranormal Romance, Young Adult. Oppure direttamente all’Erotico…

Cosa rappresenta questo libro per te?
Questo libro per me è stato un punto di partenza. Attraverso i vari personaggi, perché in ognuno di loro c’è un po’ di me, ho potuto dare libero sfogo ai miei pensieri. Lo considero un banco di prova, dopo molto tempo passato a scrivere poesie, dedicarsi alla prosa richiede un impegno diverso.

Quando scrivi, hai qualcosa che ti fa scattare la scintilla? O è più il frutto di una sedimentazione?
Per la poesia scatta qualcosa, che venga dalla musica, dall’arte o da un sentimento, sicuramente tutto nasce da un “momento adatto”, che genera parole e versi. Per quanto riguarda la prosa nasce dall’esperienza, da situazioni vissute, o lette o sentite, che portano al bisogno di trasformarle per assimilarle meglio. Questo accade anche quando scrivo degli articoli per L’Undici o per il mio blog. Per affrontare e riflettere su certi argomenti ho bisogno di scriverne in modo da riordinare le idee e poter esporre la mia opinione. Parla che ti ascolto (…forse) è nato da un’idea iniziale di una raccolta di racconti. Poi le raccolte a me sembrano sempre disomogenee e dovevo dare loro un senso. Difficilmente scrivo di getto e concludo. Magari stendo una “prima forma”. Poi la rivedo, la sistemo, la correggo. In più io scrivo a mano, quindi nel passaggio da foglio a pc si aggiunge e si toglie in continuazione.

Chi sono gli autori, quali sono i generi che ami di più?
Primi su tutti gli autori greci e latini: che scrivano di filosofia, astronomia, epica o poesia, l’eleganza e la forza narrativa degli antichi è insindacabile. Quando perdo la vena creativa mi dedico a loro: Saffo, Aristotele, Euripide, Sofocle, Apuleio, Catullo, Ennio, Cesare, Cicerone e Seneca. È come se riuscissero a rimettere ordine nella mia testa e ripulire il linguaggio.
Per la poesia i miei modelli sono D’Annunzio e Baudelaire, anche se la mia poetica si appoggia saldamente alla letteratura dal 1200 al 1500.
Nella prosa sono un po’ più varia, passo dai contemporanei come Eraldo Baldini, Paulo Coelho, Anne Rice, Adriano Petta e la new entry tra gli autori che mi hanno sorpreso Hallgrímur Helgason; a scrittori più noti come Allan Poe, Herman Hesse, Gabriel Garcìa Marquez. In pratica leggo e attingo un po’ ovunque. L’unico genere che evito volentieri è il romanzo rosa. Questo perché purtroppo non ho un animo romantico.

Chi o cosa t'ispira?
La musica è la base di ogni mio scritto. Senza quella non pigio un tasto. Ho bisogno della musica per creare le ambientazioni corrette, per immedesimarmi nei personaggi. Ogni mio scritto ha la musica che gli si addice e devo avere sempre quella per poter rientrare completamente nei testi. Oltre a questo anche trovarmi in un luogo adatto, possibilmente vicino all’acqua aiuta. Sembrerà scontato, ma cercare di scrivere senza avere almeno un po’ di pace è veramente difficile. Come scrivevo prima anche l’arte ispira: quando, lo scorso anno, sono andata in Calabria e ho potuto visitare musei e antichi siti greci avrei voluto avere a portata di mano carta e penna per raccontare cosa stavo provando. Quali sensazioni nascevano trovandosi di fronte a vasi e oggetti vecchi di millenni.

Hai dei progetti nel cassetto o in testa? Puoi parlarcene?
Sì, ho già degli scritti nel cassetto. Attualmente sto lavorando a un secondo libro dedicato a Mattia Sorrenti, Parla che ti ascolto – Milano City. I personaggi ci sono, la trama c’è, ora devo solo scrivere. In più dal 2013 sto lavorando ad un romanzo storico-fantasy che mi occuperà ancora per molto tempo perché devo fare molte ricerche sui periodi storici e sugli usi delle civiltà egizia e greca. Ancora sono indecisa se rendere Parla che ti ascolto un unico libro o tenerli separati. Sicuramente mi farebbe piacere sapere se chi l’ha letto si è divertito tanto quanto me mentre lo stavo scrivendo.

Cosa significa per te scrivere, oggi?
Sento e vedo molte persone, tramite i social, dire che scrivono per sé stessi, poi li trovi a riempire pagine e gruppi con post tutti uguali per pubblicizzare i propri libri nella speranza di vendere. Effettivamente l’Italia è un Paese di scrittori più che di lettori, ma sono fermamente convinta che la scrittura sia prima di tutto un “culto” inteso come un qualcosa che si sente dentro ma che ha delle regole. È un modo per dare una forma alla propria mente attraverso la strada che più ci si addice. Esattamente come gli artisti, i musicisti e i cantanti, gli scrittori hanno un solo mezzo per rapportarsi con il mondo, ed è la scrittura. Per me oggi scrivere significa dimenticare il desiderio di essere famosi e letti da tutti, ponendosi l’obbiettivo di “migliorare”, continuare a cresce e apprendere. Io oggi scrivo perché voglio imparare.

Tamara, siamo giunti al termine della nostra intervista. Cosa vuoi aggiungere?
Per alleggerire un po’ i toni, visto che in quest’intervista sono stata più seria del solito, informo che chi ha già letto “Parla che ti ascolto (…forse)” è rimasto molto colpito da un personaggio che, in realtà, io avevo inserito come marginale. Alla fine i lettori hanno vinto e Ernesto il portinaio, resterà a farci compagnia.

Grazie ancora a Roberta De Tomi per l’ospitalità e la pazienza. Ricordo a tutti che Gli Spaccia Lezioni, in collaborazione con Words! Stanno portando avanti una battaglia contro il velo di silenzio che è calato sulla disoccupazione giovanile, quella vera, non quella dei numeri dell’Istat. Con le sezioni dedicate alla Generazione Neet in entrambi i blog abbiamo deciso di lasciare spazio ai disoccupati, ai precari e a chiunque volesse avere uno spazio in cui raccontare la sua storia. Se, invece voleste sostenerci, è sufficiente condividere uno dei nostri articoli contenuto nelle rispettive sezioni con gli ashtag #ioparlo #vogliounfuturo.

Grazie a tutti.
Tamara V. Mussio


La cover del libro in versione cartacea
Parla che ti ascolto (... forse)
Un "sedicente" psicologo incontra una serie di personaggi nell'arco di una giornata lavorativa. Da questi colloqui emergeranno tutte le idiosincrasie che caratterizzano la nostra società, divisa in maniera dicotomica ma non troppo tra il culto dell'ossessione e quello dell'apparenza

Scheda tecnica del libro
Parla che ti ascolto (…forse)
di Tamara V. Mussio
Casa Editrice: TAAC!BOOK! Publishing
Genere: Humor
Pagine: 94
Prezzo: cartaceo € 7,00 e-book € 2,99
ISBN: 9781291791822

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