giovedì 25 giugno 2015

Parla che ti ascolto... forse: con Tamara Vittoria Mussio i vizi e i tic "umani troppo umani" strappano sorrisi e, dalla Milano contemporanea, ci riportano alle origini della letteratura

La cover dell'e-book del libro di
Tamara
di Roberta De Tomi

Una finestra aperta sui vizi e i tic di un'umanità che troppo spesso confonde la follia e l'insanità mentale con le intrinseche debolezze (e contraddizioni) dell'essere umano. Parla che ti ascolto... forse, è la prima opera di narrativa di Tamara Vittoria Mussio, che già abbiamo conosciuto con la raccolta poetica Quattro stelle cadenti e una lucciola. Con questa raccolta di racconti, ci troviamo catapultati alle origini della nostra letteratura, anche se in realtà non si tratta di un'opera di alta letteratura. Parla che ti ascolto... forse (TAAC!BOOK! Publishing) non nasce con velleità elevate; ma è sicuramente un lavoro intelligente, caratterizzato da una scrittura educata (forse anche troppo educata e vedremo la ragion), dialoghi efficaci, ma anche da momenti divertenti alternati a quelli agro-dolci che contribuiscono ad arricchire la trama. Questo libro ha un pregio. Racconta gli esseri umani, e lo fa con disincanto, un po' come facevano gli antichi autori latini e greci (soprattutto latini). Vediamo come.  (Per leggere l'intervista a Tamara e visualizzare la scheda di presentazione del libro, clicca qui)

La cover del formato cartaceo del libro
di Tamara
Non è sicuramente un lavoro che cavalca le mode letterarie: Parla che ti ascolto... forse incarna un modello letterario "lieve" intrecciando elementi di narrativa pura a elementi teatrali che creano un connubio gradevole e riuscito. L'autrice, Tamara Vittoria Mussio (intervistata qui), ha saputo raccontare con un certo garbo ma  anche con disincanto, l'essere umano "di oggi", evitando retoriche altisonanti. Tamara racconta una serie di vicende in maniera essenziale eliminando qualsiasi orpello non funzionale alla narrazione, e lo fa bene, cosa non semplice per gli autori e le autrici che muovono i primi passi nel mondo editoriale. Questa ricerca dell'essenziale è favorito da una trama basata su quelle unità di azione (a parte le vicende narrate nell'epilogo, ma sempre calate in un contesto preciso e in linea con il filo rosso della narrazione) tempo e luogo care ad Aristotele o, sarebbe meglio dire, a coloro che hanno interpretato il pensiero aristotelico applicandolo alla letteratura e alla drammaturgia. E l'impressione che si ha, a lettura ultimata, è di una compiutezza dell'azione, sviluppata in maniera organica, malgrado molte vicende sembrino alludere a un'apertura e forse a un seguito del libro. Ma andiamo a vedere la trama di Parla che ti ascolto, forse.

Mattia Sorrenti è uno psicologo... o almeno così risulta ufficialmente, anche se in realtà il "pezzo di carta" che attesta la sua qualifica è un feticcio. Malgrado ciò, il professionista (o sarebbe meglio dire, sedicente professionista?) esercita le sue funzioni senza troppi problemi. Nel libro lo vediamo in azione nell'arco di una giornata, durante la quale incontra alcuni pazienti. Questi pazienti sono persone di tutte le età, maschi e femmine, tutti e tutte alle prese con problemi che in realtà non hanno nulla a che vedere con le patologie reali.

L'autrice non lascia nulla al caso: ogni personaggio che incontriamo, dal signor Bonelli al piccolo Luca, passando per Penelope Massa e gli altri, incarna una situazione, un problema che affligge la nostra società (e già l'autrice ce l'aveva detto). Se il signor Bonelli, afflitto dalla fobia per i pennuti, forse si avvicina al caso psichiatrico (ma non troppo), mettendo in rilievo l'assurdità e l'irrazionalità del suo comportamento - umano, troppo umano- il caso di Alda Palani ci riporta a una condizione molto attuale che riguarda le donne più o meno in carriera, rinunciatarie rispetto ai ruoli di madre e di moglie. Alda è il prototipo di donna che si annulla per l'affermazione professionale, sfoderando un atteggiamento che trascende il cinismo. Si tratta di una donna senza scrupoli, arrogante in un modo talmente estremo, da risultare una macchietta. Una macchietta che però non scade nello stereotipo. In lei possiamo osservare la negazione del suo lato più femminile e di quello più umano, a causa della sfrenata corsa al successo che la caratterizza. Quello di Alda è un personaggio estremamente emblematico e attuale: oltre a incarnare i tratti di una società competitiva, ossessionata dal mito del successo , rispecchia persone reali, ovvero quei Faust che nell'affermazione professionale, annullano qualsiasi scrupolo e valore, arrivando anche ad agire in maniera disonesta per tagliare i propri traguardi. A costo anche di sacrificare persone e valori. Al personaggio di Palani fa da contraltare quello del piccolo Luca.

Luca, il bambino che i genitori fanno crescere in una sorta di acquario, è il prototipo del ragazzino impegolato in una serie di obblighi imposti anzitempo che gli impediscono di esprimere se stesso.  Luca vorrebbe essere un bambino come gli altri, ma le imposizioni asfissianti dei genitori glielo impediscono. Da qua, la deriva dell'incomunicabilità, vera minaccia all'interno di una società competitiva (vedi il padre del piccolo) che spesso non tiene conto del valore dell'individuo, intrappolato in una rete di doveri sociali in cui l'io si perde. Nel bambino ritroviamo l'esigenza di autenticità che invece negli altri personaggi non abbiamo.

Con Mattia Sorrenti si esprime il carattere del furbo imbroglione che esercita abusivamente una professione. Mattia è capace di incantare le persone più sprovvedute, arrivando a cavarsela in qualsiasi situazione grazie all'astuzia. I pensieri che l'autrice traccia in corsivo rispecchiano questo personaggio, non limpido ma che, in fondo, nelle azioni e soprattutto nel momento in cui interagisce con Luca, presenta una componente umana molto toccante. Insomma, anche i furbetti hanno un cuore, com'è vero che ci sono numerose persone che si lasciano abbindolare dal "furbo" di turno, per debolezza o per ignoranza, come dimostrano tutti i personaggi. 

L'autrice di "Parla che ti ascolto...
forse", Tamara Vittoria Mussio
Come si evince da tutti questi esempi, i personaggi sono sicuramente il punto di forza di questo lavoro di Tamara Vittoria Mussio. Essi infatti, sono delineati con precisione, attraverso i dialoghi ben costruiti, congruenti ed efficaci. L'autrice intesse una trama che fa propria le lezione della commedia classica, calata nella Milano contemporanea. Una scelta oculata e azzeccata, in quanto, come già sostenuto nell'intervista, è la città simbolo, in Italia, del capitalismo e di tutte le implicazioni a esso connesse. All'autrice bastano poche parole per identificare e delineare la città in questione. E anche nella delineazione dei luoghi all'interno della città (l'ufficio di Sorrenti, le abitazioni dei personaggi) l'autrice restituisce i dettagli che occorrono per capire dove siamo. Il tutto evitando il superfluo, come fa con lo sviluppo della trama.

L'ironia è un altro elemento portante di Parla che ti ascolto... forse. In tutti i racconti ritroviamo un retroagusto dolce-amaro, attutito da un senso dell'umorismo che attinge alla "scuola" anglosassone, piuttosto che a quella del boccaccesco (italianissima). Non ci sono malizie, né vengono restistuiti dettagli sguaiati, com'è consono a buona parte della comicità italiana. La penna, raffinata e sottile, non risparmia dosi di cattiveria, alternate a momenti delicati che mostrano i lati dolci dell'umanità. Accanto, vediamo emergere quei difetti della nostra società che ci riportano alle situazioni delle commedie latine. Basti pensare al Satyricon o alla Cena di Trimalcione. Sulla delineazione dei caratteri umani, Petronio docet; e non solo lui.

Dal punto di vista della scrittura, l'autrice si presenta con una scrittura pulita, malgrado qualche eufonica e alcuni refusi presenti, ma nella sostanza fin dalla presentazione, ci mostra l'attitudine alla scrittura in un italiano preciso e classico. Alla base di quest'opera, che non si lascia incasellare nella moda dei generi vigenti (romance, thriller etc...), si avverte una forte attenzione alla lingua. Un'attenzione volta alla conservazione piuttosto che all'innovazione linguistica, cosa che può dare adito a qualche critica, soprattutto per lettori che sono ormai abituati a libri caratterizzati da ritmi molto rapidi e da un linguaggio sciolto, che imita il parlato (vedi ad esempio Il diario di Bridget Jones, ma anche tutta la produzione che s'ispira a Twilight&Co.)

A  proposito di ritmo: l'autrice avrebbe potuto giocarci di più, velocizzando, attraverso un uso maggiore della paratassi. Considerazioni personali, del resto l'intenzione è chiara: l'autrice ha voluto riportarci alle origini, curando ogni aspetto della costruzione. Buono l'utilizzo dello Show don't Tell, anche se alcune parti raccontate avrebbero potuto essere mostrate, rendendo ancora più precisa l'azione, ma l'autrice realizza bene le sue intenzioni evitando sofismi, interventi moralisti e a retorica vuota di chi vuole dare lezioni di vita. Lei lascia parlare i personaggi e la situazione. E l'impressione è quella di essere a teatro o al cinema, a vedere una commedia. Mica poco! 

Per concludere:
Parla che ti ascolto... forse è una prova intelligente e arguta, in cui ritroviamo i vizi, i tic, le fobie e le nevrosi di un'umanità alle prese con  mille contraddizioni, incarnate in personaggi riusciti. Non mancano le risate, grazie a una scrittura educata, a tratti ancora legata a un certo accademismo, ma sicuramente brillante. L'opera si presterebbe a una riduzione teatrale che ci riporterebbe alle origini della nostra letteratura. Un'opera da ridere, da leggere in un fiato (l'ho letta in un attimo!), che lascia anche una scia dolce-amara. E qualche domanda su di noi e sulla nostra società. Che dite, aspettiamo il seguito?

Per rileggere l'intervista a Tamara Vittoria Mussio, clicca qui

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