mercoledì 8 luglio 2015

Che la festa cominci: Niccolò Ammaniti racconta le assonanze e le dissonanze in un romanzo sull'Italia e le sue mille e più crudeltà e ossessioni

di Roberta De Tomi

S'intitola Che la festa cominci (Einaudi) ed è il ritratto dell'Italia di oggi. Perfetto nella delineazione di personaggi in cui riconosciamo il tripudio dell'apparenza, tra chirurgia ed epifanie improvvise che inneggiano alla tivù che ha contribuito a consolidare le odierne ossessioni più o meno plastiche. L'avere, che si erge sull'essere, da il la a una narrazione in bilico tra il tragico e il grottesco, a tratti splatter. Niccolò Ammaniti consegna ai lettori un lavoro crudele in cui la festa assume connotazioni inquietanti e non in linea con l'idea che solitamente abbiamo di un evento di questo tipo. Non aspettatevi gioia e trenini allegri... i trenini sprofondano, la gioia pure e ora vediamo come.


Altro che maschere pirandelliane, forgiate dalla necessità sociale: quelle che ritroviamo nel romanzo di Niccolò Ammaniti, sono vere e proprie maschere di cera prossime allo scioglimento. In questo romanzo l'apparenza viene presa di mira dall'autore che sviluppa una trama al limite dell'inverosimile, oscillando tra tragico e ridicolo. In questo lavoro troviamo diversi personaggi che rappresentano l'Italia di oggi: dallo scrittore che con un libro esplode diventando una star di prima grandezza, alla star che primeggia grazie all'avvenenza (la Miss/velina/attrice Simona Somaini), passando all' "uomo qualunque"che attraverso un gesto incredibile mira alla fama per uscire dalla condizione di mediocrità in cui versa da anni.

Roma.  Fabrizio Ciba è un affermato scrittore; Saverio Moneta è invece il capo di una sgangherata setta satanica, le Belve di Abaddon, in cerca del grande evento che consentirà tutti di uscire dall'anonimato di una vita fallimentare.
Le vicende di due uomini, in apparenza agli antipodi, s'intrecciano in occasione di una festa faraonica organizzata a Villa Ada da Sasà Chiatti. Dal preludio scintillante si dipanano eventi via via sempre più bizzarri e truculenti che mettono in evidenza il vuoto dei partecipanti votati all'apparenza.

L'apparenza che generalmente inganna, in questo libro viene ingannata da circostanze in caduta libera. Tutto quello che avviene a precipizio, diventa l'occasione per far cadere dei veli, rivelando l'essenza di un'umanità capace di bassezze ma anche di grandi azioni, soprattutto nel momento in cui la persona apparentemente mediocre rivela un eroismo che purtroppo non porta ad alcuna redenzione. D'altra parte, non c'è posto per i finali da fiaba, in questo mondo privo di punti di riferimento. L'egoismo, la superficialità che portano a scegliere se stessi,  diventano le occasioni che fanno l'uomo furbo. E di Ciba, grande scrittore, si rivelano la vanità e quell'astuzia che non sempre e per forza coincidono con il talento (che comunque c'è ma non è la caratteristica di Ciba che spicca). Ma si sa, non sempre il talento e la bravura sono i requisiti che consentono di tagliare i traguardi più ambiziosi. 

In questo marasma, l'amore tra due componenti delle Belve di Abaddon spicca per l'autenticità. Ancora di più spicca il sentimento non ricambiato del personaggio più toccante del libro di Ammaniti, ovvero Zombie (per gli amici non satanisti Edo). Come previsto, in un mondo in cui anche i sentimenti sono aggiogati alla logica della superficialità imperante, quelli più autentici o vengono calpestati o vengono vissuti in sordina. La vicenda di Zombie mostra inoltre un altro aspetto della compagine sociale di oggi: l'annientamento dell'individuo fragile, vicino per indole a molti protagonisti dei romanzi di formazione classici, ancorati a ideali in cui l'attuale società ha smesso di credere profondamente.

Crudeltà e ironia s'intrecciano creando movimenti di luci ma soprattutto di ombre che avvolgono il lettore in una crescente stretta angosciante. La penna di Ammaniti è più affilata di un bisturi. Non lesina nel restituire dettagli splatter che rientrano all'interno di un narrato in cui il lettore non perde mai il filo. A tratti sembra però mancare quella forza drammatica che ritroviamo in libri quali Come Dio comanda e Io non ho paura, forse perché stemperata dal grottesco che si delinea senza pudore al lettore. Ritroviamo parte di questo pathos grazie alle vicende di Edo, ma poi si torna a questa festa che non ha eguali in quanto a eccentricità.

Per concludere:
Che la festa cominci è un romanzo a tinte forti, in cui i diversi registri si combinano perfettamente. Spiazza confermando la singolarità di una penna che si distingue perché osa e sa osare senza mai appiattirsi sugli stereotipi. Ammaniti deforma la realtà che racconta, restituendola in tal modo con colori ancora più vividi.
Questo libro è da leggere, per leggere la nostra Italia e tutte quelle mitologie in cui viviamo e da cui possiamo salvarci. Prima che la festa termini.

L'autore: Niccolò Ammaniti

Romano, classe 1966, tra le sue pubblicazioni: Fango (1996),  Branchie (1997), Ti prendo e ti porto via (1999), Io non ho paura (2001), Come Dio comanda (2006). Dai suoi libri sono state tratte diverse pellicole di rilievo. Pubblicato in oltre quaranta paesi, il suo sito è www.niccoloammaniti.com.

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