sabato 18 luglio 2015

Il motocarro Ape - #iRaccontidiFiorella

di Fiorella Carcereri

Negli Anni Settanta, l’appartenenza a una “classe sociale”, definizione che oggi suona più o o meno come una bestemmia, era facilmente intuibile nel nostro paese. L’Italia stava conoscendo un momento di grande espansione e crescita in tutti i settori, dopo gli anni tetri della guerra e quelli di frenetica ricostruzione del dopoguerra.
Primo tra gli “indicatori di ricchezza”, come li chiameremmo oggi, era sicuramente l’automobile. Sì, perché, tralasciando i ricchi veri che non ostentavano come ora ed erano difficilmente etichettabili, erano soprattutto il tipo e la cilindrata del veicolo posseduto ad indicare la classe sociale di appartenenza del proprietario. I camper ancora dovevano essere inventati e i possessori delle rare roulottes in circolazione erano guardati con invidia e ammirazione, e incasellati nel ceto medio-alto. Per quanto riguarda le autovetture, se la cilindrata superava i 1000 cc, i proprietari erano considerati sicuramente benestanti, se oscillava tra i 500 cc e i 1000 cc come appartenenti alla classe media, se invece il veicolo era inferiore ai 500 cc (in pratica motorette, motorini, vespe, lambrette e quant'altro) il proprietario apparteneva quasi sicuramente al “proletariato”.

C’era chi, poi, possedeva solo una bicicletta o nemmeno quella e in tal caso non veniva neppure preso in considerazione. Non esisteva proprio. Era un poveraccio.

Il mio papà non rientrava in alcuna delle suddette categorie o, più precisamente, poteva definirsi come “proletario anomalo” perché era proprietario di un motocarro “Ape”. Era un motocarro azzurro, piuttosto robusto, con un pianale talmente spazioso da poterci fare un mezzo trasloco e una cabina con un sedile unico a tre posti, mica come quelli che si vedono in circolazione ora... L’aveva acquistato per le consegne di negozio ma, essendo l’unico veicolo coperto posseduto dalla famiglia, soprattutto durante l’inverno veniva utilizzato anche per finalità non proprio lavorative.

La domenica pomeriggio, quando non serviva per andare allo stadio perché l’Hellas giocava fuori casa, papà, mamma ed io lo usavamo per andare al cinema o a trovare i nonni che abitavano in centro storico. Limiti di velocità: nessun problema. Zone pedonali: inesistenti. Bollino blu: l’inquinamento non era ancora un flagello per le nostre belle città. Tuttavia, l’Ape non era il massimo del comfort, a dirla tutta. E’ vero, ci si stava comodamente in tre e non si prendeva la pioggia, ma aveva un problemino all’impianto di riscaldamento. Ogni volta che il papà accelerava, il fumo che fuoriusciva dal tubo di scappamento non si liberava nell’atmosfera, ma veniva scaricato direttamente nell’abitacolo…mah…
Molti meccanici, più o meno improvvisati, amici di papà avevano fatto un sacco di congetture ed esperimenti ma l’inconveniente non fu mai risolto….
In effetti, il povero Ape, col passare del tempo, stava creando troppi problemi, a parte quello all’impianto di riscaldamento… Una sera il papà tornò a casa a piedi, senza Ape. Ci mostrò a testa bassa un foglio di carta spiegazzato sul quale si leggeva l’intestazione di un’agenzia di pratiche auto. Con le lacrime agli occhi, ci comunicò ufficialmente che il motocarro era stato venduto ad un fruttivendolo per la ragguardevole cifra di centocinquantamila lire…
Ed ora come avremmo fatto ad andare al cinema nelle domeniche di pioggia? Su questo punto, il papà non si volle sbottonarsi e disse che avrebbe dovuto pensarci.

Qualche settimana dopo, una sera, all’improvviso, ci ordinò di scendere giù in strada perché c’era una sorpresa… Non potemmo credere ai nostri occhi: una Fiat 750 grigia nuova di zecca, lucida come uno specchio, l’ultimo modello, quello con le portiere che si chiudevano verso l’interno, proprio quello che aveva sostituito la mitica 600 con le porte contro vento e che creava, a volte, qualche imbarazzo alle signore dalle gonne troppo svolazzanti nel momento di scendere e salire.
Eravamo passati da un motocarro Ape 250 a una vettura di ben 750 di cilindrata. Quindi, fatto un rapido calcolo, eravamo saliti nella scala sociale dal proletariato alla classe media. Il mio papà ce l’aveva fatta!

Edito in ebook “Zeroventicinque”, Aletti Editore, 2012

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