lunedì 6 luglio 2015

Stupore e tremori: il mobbing raccontato da Amélie Nothomb, racconta anche della Generazione Neet

di Roberta De Tomi

Non ho mai incontrato così tante difficoltà a recensire un libro. Non tanto rispetto allo stile o alla delineazione delle diverse componenti narrative: il romanzo breve di cui mi accingo a parlare è, dal mio punto di vista, un piccolo capolavoro come tanti piccoli capolavori sono nati dalla penna di un'autrice che (e qua, forse risulto di parte, ma per una volta, lasciatemi divertire, come scrisse Aldo Palazzeschi) amo particolarmente. Sto parlando di Amélie Nothomb e il libro è Stupore e tremori (Voland), sicuramente uno tra i titoli più noti della scrittrice belga. Ora mi chiederete (o forse non vi interessa) perché ho incontrato molte difficoltà nella stesura della recensione? Perchè sviluppa un tema cruciale nel contesto della Generazione Neet: il mobbing. E non ultimo, perché nei vissuti della giovane Amélie ho rivisto alcune delle mie vicissitudini nel mondo del lavoro. Lo dico con sincerità, tanto che al termine della lettura, ho versato qualche lacrima. Mi scuserete, ma quando i libri parlando anche di te, non puoi restare immobile e fare finta di nulla. Già perchè il mobbing, serpente viscido che da una scrivania s'insinua sulla pelle e poi, dentro diventando un tarlo mentale che spesso ti convince di non valere nulla o di essere sbagliato, miete ogni giorno, migliaia, anzi, milioni di persone. Credo che il mobbing sia la massima espressione del fallimento di un ideale meritocratico accarezzato da diverse generazioni. Certo, alla fine questo fallimento sembra essere smentito dall'autrice, che alla fine realizza un sogno (anche se non quello legato strettamente al romanzo). Ma, purtroppo non a tutti è concesso realizzare i propro sogni. Anzi quasi mai. Ma parliamo di Stupore e tremori.


Protagonista di Stupore e tremori, è il mobbing, termine coniato agli inizi degli anni Settanta del XX Secolo dall'etologo Konrad Lorenz per descrivere un particolare comportamento aggressivo tra individui della stessa specie, con l'obiettivo di escludere un membro del gruppo. In seguito è stato utilizzato in diversi contesti e con diverse accezioni, finché, per quanto riguarda l'Italia, non è stato introdotto come termine specifico che indica la violenza psicologica negli ambienti di lavoro; da qui deriva il verbo "mobbizzare", a indicare la messa in atto di azioni di mobbing. A differenza dell'Italia, nei paesi anglofoni, le diverse forme di violenza psicologica vengono designate attraverso termini diversi. Quello che per noi è il mobbing, per loro è il workplace bullying (in pratica, bullismo sul mondo del lavoro). E la protagonista del romanzo, Amélie subisce questa violenza. vediamo come, a partire dalla trama.

Amélie ha ventidue anni e come tutti i ragazzi e le ragazze della sua età, ha un sogno. Nel suo caso, si tratta di un lavoro come traduttrice alla Yumimoto, azienda in cui è stata assunta da poco. Niente di impossibile per la ragazza o almeno, così sembra. Dopo gli iniziali entusiasmi, Amélie conosce quell'inferno chiamato mobbing. Le umiliazioni che subisce culminano in un declassamento che a un lettore più scanzonato potrà sembrare uno scherzo. In realtà la protagonista vive sulla propria pelle una caduta contornata dai gesti e dalle parole dei superiori impigliati nella rete degli obblighi che spesso diventano l'occasione e la scusa per reprimere le potenzialità della persona (in questo caso, appunto, Amélie). E i soprusi che la ragazza subisce sono talmente forti da convincerla della propria inferiorità intellettuale. In realtà la giovane non ha alcun handicap; è la superiore che la mette nelle condizioni di convincersi a ciò, e Amélie si sente travolta da quel senso di inferiorità che è l'obiettivo principe di chi vuole mobbizzare qualcuno.

L'umiliazione, il senso di inferiorità, la convinzione di essere intellettualmente inadeguata. La protagonista sembra sprofondare in un vero e proprio inferno; solo che, a differenza di Dante, lei si trova sola, ad affrontare qualcosa che sembra troppo grande e complesso. In questo contesto, le regole e le convenzioni proprie della società giapponese, improntate sull'onore, diventano la scusa per scatenare l'inferno di Amélie. In realtà, la situazione ha una sua ragion d'essere. Tutto si riconduce a una situazione archetipica che trova il proprio epitome massimo in quella pellicola-capolavoro che è Eva contro Eva.

Eva contro Eva, ovvero Fubuki contro Amélie. La prima è la responsabile ventinovenne che ha lottato a lungo per conquistare una posizione di rilievo all'interno della Yumimoto; la seconda, invece, è la nuova arrivata, talentuosa anche se non priva di quelle ingenuità tipiche di chi si accinge a entrare nel mondo del lavoro. A un certo punto, alla nuova arrivata, è affidato un compito legato alla mansione che sarebbe chiamata a ricoprire; Amélie svolge un ottimo lavoro, ma ovviamente Fubuki vede barcollare la propria posizione. Da qua inizia una guerra tanto più subdola quanto più giocata sul terreno delle regole che la responsabile usa a proprio vantaggio. Ma quello che più sorprende è l'atteggiamento della sottoposta: se da una parte, Amélie reagisce, dall'altra subisce il fascino della donna che, oltretutto, a differenza delle altre giapponesi, è ancora nubile. Ma è presto detto: Fubuki ha scelto la carriera, e non è certo la talentuosa nuova arrivata a fare perdere la grinta necessaria a difendere il proprio ruolo. A tutti i costi, anche giocando sulla psicologia.

Il rapporto tra le due donne è il perno attorno al quale si sviluppa la vicenda. Intorno a questo perno, troviamo alcune figure maschili dalle indoli diverse, ma proprio per questo interessanti: il signor Saito, responsabile di Fubuki, personaggio che mostra fin da subito il proprio asservimento al logiche aziendali; a lui fa da contraltare il signor Omochi, ovvero il vicepresidente, uomo dalla mole imponente che non perde occasione di esercitare il proprio potere in modo arrogante; terzo ma non ultimo in ordine di importanza, il presidente, ovvero il signor Haneda. Questa figura, quasi angelicata, non ha nulla a che vedere con i business-men occidentali. Agli occhi di Amélie troviamo una creatura che sembra porsi al di sopra dei conflitti. Una "creatura" capace di cogliere al volo le qualità dei dipendenti, ma costretto a piegare la testa di fronte all'ineluttabilità degli eventi.

Il romanzo di Nothomb ci propone uno spaccato del mondo nipponico visto dagli occhi di un'occidentale. Al lettore si svela un mondo tanto lontano quanto diverso; un mondo in cui l'appartenenza a una scala gerarchica impone obblighi che annullano l'espressione dell'essere. Essere che soggiace al concetto di onore, al punto che, come spiega la stessa Amélie, il suicidio è un atto d'onore, concepito quindi in modo diverso rispetto a come lo vediamo, noi occidentali, influenzati dalle concezioni cristiane. Inoltre, Nothomb ci racconta la condizione della donna nipponica e lo fa attraverso una sintesi impeccabile, capace di arrivare al dunque senza troppi orpelli.

Se c'è una cosa che pone in luce Amélie Nothomb, è proprio questa: la capacità nel raccontare vicende e situazioni complesse, senza perdersi in meandri retorici. I suoi romanzi brevi (o racconti lunghi) compendiano mondi interi, attraverso l'utilizzo di un linguaggio metaforico che ci riporta nel cuore di una realtà dissolta in una risata sardonica dietro cui si cela un'amarezza viscerale. Nell'uso del linguaggio, l'autrice belga si avvale di una semplicità che spalanca le porte a una cultura e a mondi che si afferrano nell'attimo della lettura. La costruzione dei dialoghi, le descrizioni ridotte ai minimi termini, ma sempre efficaci, perché capaci di creare un'atmosfera. E situazioni al limite del grottesco (o grottesche) veicolano in realtà un profondo disagio. Avviene quando, ad esempio, la protagonista, reduce da una notte in bianco passata in ufficio, alla seconda notte realizza una verticale, nuda, sulla scrivania e poi, bacia il pc di Fubuki. In questi gesti si denotano il disagio ma anche lo stato di adorazione verso quell'Eva che cerca a tutti i costi di eliminare "Amélie-san-Eva".

Sulla Generazione Neet: trovo Stupore e tremori tanto più emblematico, quanto più rappresentativo di una condizione generazionale. Una, anzi più generazioni spinte a conseguire una laurea, con annesse spese (salate) e aspettative create da qualcuno che disse a suo tempo che la laurea era un requisito fondamentale per emergere nel mercato del lavoro. D'accordo, si sa che la laurea è un pezzo di carta e la pratica è quella che conta... fatto sta che, dopo tanti proclami, ai laureati sono state precluse molte opportunità e anche chi, umilmente e con buona volontà, fa domanda per un posto di lavoro differente, si trova la porta chiusa in faccia poiché "il candidato risulta troppo titolato". In questo caso l'umiliazione non sta tanto nell'eventuale declassamento, bensì nella negazione all'accesso al mondo del lavoro. Poi, anche in questo caso, le situazioni, le storie e i casi sono molteplici e non si possono fare generalizzazioni che porterebbero alla banalizzazione della questione e quindi a una sua conseguente svalutazione.
D'altro canto si hanno storie di mobbing con annessi siluramenti, per cui, con la pretesa che un laureato in quanto tale, debba essere multi-tasking, senza se e senza ma, passando dal lavoro intellettuale a 360° a quello di manovalanza. E ovviamente il multi-tasking include la sopportazione di molteplici forme di umiliazione, con annesso pagamento misero cui si aggiunge la pretesa che la persona sappia fare tutto, bypassando la formazione, requisito indispensabile per far crescere il collaboratore nel contesto aziendale, diventando in tal modo una risorsa utile all'accrescimento della stessa realtà. Sia chiaro: formazione che non significa imboccare il lavoratore, ma accompagnarlo in un processo che gli permetta di capire al meglio i meccanismi aziendali, per consentire alla stessa azienda una crescita ulteriore. Concetti che sono ormai arabo e spesso  sfociano nel mobbing che include l'umiliazione.

A proposito di ,,, Mobbing, umiliazioni etc... Parla una che da addetta alla comunicazione si è trovata a pulire i cessi (come Amélie), oltre che gli uffici (con rispetto parlando per chi opera nel settore delle pulizie), oltre a dover fare tutto a condizioni vergognose. E qua il sassolino me lo tolgo: le ragnatele che una non voleva tirare via perché aveva paura, avrei dovuto tirarle via io (immaginate lo sguardo della tizia, più giovane e gongolante) che inoltre avrei dovuto, tra le cose, fare il grafico, l'addetta stampa, la segretaria e altre mille cose che non sto a elencare... E le cose che non sapevo fare, dovevo impararle.  Praticamente sono stata scambiata per un fenomeno, quando io sono una persona come tante che ha delle attitudine, ma non altre. In alternativa, la formazione richiede tempo. Ma evidentemente i fenomeni sono tanti e io sono inadeguata!  O meglio, una persona buttata lì, senza formazione, senza obiettivi. Ma così non si cresce e non cresce l'azienda. Così non cresce nessuno. 
E le ragnatele? No, non le ho tirate via e nemmeno mi sono messa a fare la verticale sulla scrivania. Avrei potuto farla quando un titolare mi ha riso in faccia perché al tempo facevo almeno quattro lavori, senza arrivare a fine mese e sono stata canzonata e umiliata mentre mi sbattevo per sopravvivere. Zero tutele, lavoro da lunedì a domenica, senza orari, stipendio sotto ai mille euro, surclassamento da parte di persone brave, ma aiutate, mentre io mi sono fatta da sola (magari non bene, ma mi impegno). Senza contare gli insulti, le offese perché ho chiesto di essere pagata (non sto scherzando) e perché non volevo sobbarcarmi le spese di un viaggio di lavoro (e qua sono stata trattata come un'idiota);  sono stata soppiantata da nuovi arrivati che hanno avuto la gavetta facile, mentre io dopo cinque anni e tanto sudore, sono stata buttata via come uno straccio. E da qua per diversi anni a oggi ho coltivato un senso di inferiorità che mi ha danneggiata. Un tarlo che ti uccide e a nessuno gliene frega niente. Soprattutto a chi battaglia per i diritti che fanno comodo... intanto se muori dentro, sono affari tuoi e del tuo senso di inferiorità. 
E ora? Semplicemente ho chiuso e faccio tesoro delle cose che ho imparato. E ho riguadagnato in dignità. Alla fine i sassi me li tolgo e così si ricomincia. In attesa di pubblicare un libro, come Amélie nel romanzo.  Chissà.... Io voglio un futuro e parlo.  E stop con il mobbing. 

Per concludere: Stupore e tremori è un piccolo capolavoro di un'autrice che è riuscita a raccontare in modo disincantato una situazione drammatica. Il tono leggero non deve ingannare, come non deve ingannare l'aspetto incantevole di Fubuki. Nel racconto c'è anche quello che rivela le dinamiche dei rapporti tra due Eva, nonché le dinamiche di un sistema e di una società fortemente gerarchizzata. Gerarchie che spesso annullano l'individuo, provocandone l'alienazione, come mostra la storia di Amélie. Un inferno vissuto anche da altri, molti dei quali esponenti della Generazione Neet e non solo. E non ne parliamo, ancora, ma intanto, leggete il libro per capire cosa accade a un mobizzato, ma prima di tutto, perché è una storia che merita di essere letta. E a questo punto lo dico: grazie Amélie per quello che hai raccontato.

L'autrice: Amélie Nothomb
Classe 1967, autrice belga di libri tradotti in tutto il mondo, Nothomb si fa conoscere con l'Igiene dell'assassino (1992). Da lì, realizza opere di successo, dall'impronta autobiografica. Stupore e tremori (1999) ha ricevuto il Prix du Roman de l'Academie Française. Pétronille è uscito nel 2014 e noi restiamo in attesa del prossimo lavoro di un'autrice che si sa distinguere a ogni nuova uscita. 

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