sabato 12 settembre 2015

Il panciotto di Nonno Augusto - #iRaccontidiFiorella

di Fiorella Carcereri

Mi facevi troppo ridere, nonno, quando ogni pomeriggio, dopo aver attraversato di corsa il tuo orto scansando qualche gallina che, all’ultimo momento mi tagliava la strada, venivo a trovare te e nonna in quella vecchissima casa che non avreste mai voluto lasciare.
Tu e la tua pipa eravate una cosa sola, non te ne separavi neppure di notte…E la nonna ne sapeva qualcosa, poveretta…

Neanche a farlo apposta, ti sorprendevo sempre nel momento in cui la stavi per ricaricare con il tabacco che estraevi, quasi fosse oro, con mano tremolante da quel sacchettino di stoffa scura, dopo averla fatta picchiettare un paio di volte sul bracciolo di legno della tua poltrona. Sì, quei residui cadevano a terra, ma le case di allora, le galline e tutto il resto… si sa…

L’impazienza di aspirare nuove boccate però era troppa e ricordo che ogni volta lasciavi cadere qualche brace ancora accesa sul panciotto, quel panciotto grigio scuro a lisca di pesce che portavi estate ed inverno. Quanti buchi Dio mio! La nonna te lo diceva rimbrottandoti ad alta voce e, quando le girava storto, tirandoti dietro lo sgabello impagliato che usava per appoggiare le gambe. Ma tu niente, dei fori sul panciotto non ti preoccupavi minimamente. Avevi un rituale da adempiere: svuota, carica, accendi, aspira, svuota, carica, accendi, aspira, seguito dal sistematico controllo dell’ora (sbagliata!) che segnava il tuo orologio a catenella gelosamente custodito nel taschino destro, del panciotto bucato per l’appunto.

Ma c’era un altro rituale, molto più gradito, a me questa volta. Quello della consegna della mancia. “Mancia”, la parola più amata in assoluto dai bambini, almeno da quelli della mia generazione. Sì, perché le mance di qualche decennio fa non avevano nulla a che fare con le “paghette” di oggi che vengono date automaticamente a bambini e ragazzi, di solito a cadenza settimanale. Le mance di un tempo erano strettamente legate a “meriti speciali”. Ed erano tanto più laute quanto più elevato era il merito che si intendeva premiare. A volte, avevano il sapore di una vera e propria "onorificenza” e, in quel caso, si faceva cassa alla grande.

Tu, nonno, avevi qualche problema con la memoria e sovente ti capitava di aprire più volte in un giorno il portamonete che tenevi nel taschino sinistro del panciotto. La scena era piuttosto grottesca ed imbarazzante per me. Dovevo accettare i tuoi “bis”? Era corretto riscuotere e fare finta di niente? E mentre restavo lì titubante, indecisa se allungare nuovamente la mano o se dirtelo, la nonna, che invece aveva un’ottima memoria, ti tirava dietro i panni che stava rammendando o qualsiasi altro oggetto si trovasse a portata di mano, gridandoti più o meno queste parole: “Stupido di un vecchio, ma gliel’hai data un quarto d’ora fa la mancia, non ti ricordi già più??”.

Edito in ebook “Zeroventicinque”, Aletti Editore, 2012

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