lunedì 28 settembre 2015

La fabbrica di bottiglie #iraccontidifiorella

di Fiorella Carcereri

L'impiegato dell’ufficio informazioni della stazione di Marburg mi aveva gelato con la sua risposta: “Il costo del biglietto è di cento marchi”. Una cifra ragguardevole per allora e di cui non disponevo perché avevo speso tutto il modesto “pocket money” consegnatomi da mia madre due mesi prima. Non volevo chiederle altri soldi e non me la sentivo neppure di farmeli prestare dall’amica che mi aveva ospitato a casa sua per tutto quel tempo senza pretendere nulla. Dovevo trovare un’occupazione che mi consentisse di coprire almeno le spese del viaggio di ritorno.

Inge aveva sentito che allo stabilimento “Alpla” stavano cercando delle operaie stagionali. Era una fabbrica di bottiglie di plastica che pagava bene. Ma mi aveva anche detto che si trattava di un lavoro duro, con turni massacranti. Ignorai il suo avvertimento, mi presentai e mi assunsero per due settimane. Il mio turno era dalle cinque del mattino all’una. Il salario era di tre marchi l’ora. Iniziai…
Con Inge eravamo rimaste d’accordo che ogni mattina alle quattro e mezza sarebbe passato a svegliarmi suo fratello che faceva il fornaio e rientrava a quell’ora: tre colpi secchi sul vetro della finestra. E via.

Cinque minuti dopo aver preso servizio, mi resi già conto di essere capitata in una specie di lager. Sì, perché lager era la parola giusta per definire quel posto.
Una donna di mezza età, grassa, arrogante, volgare (le mancava solo il frustino) mi mostrò uno sgabello vuoto accostato, assieme ad altri sette già occupati da muscolose donne turche, ad un tavolo rotante stracolmo di bottiglie di plastica, mi consegnò un paio di  robusti guanti in gomma e mi spiegò in che cosa consisteva il lavoro. Un’enorme bocca sistemata in alto riversava senza sosta sul tavolo rotante una quantità impressionante di bottiglie in otto colori diversi. Le bottiglie provenienti dalla termoformatrice scottavano ancora. Io avevo il compito di afferrare con la massima velocità e senza distrarmi unicamente le bottiglie gialle, togliere gli sfridi e gettarli in un cestone alla mia destra, facendo attenzione a non mescolarli con le bottiglie rifinite che erano destinate invece al cestone di sinistra. All’inizio, per la fretta, mi capitò un paio di volte di sbagliare cestone. Immediatamente sentii il fiato sul collo della generalessa che mi rimproverava in tedesco dialettale: “Das geht nicht! Links! Rechts! Schneller!”.

La temperatura era altissima, il rumore assordante... E poi non potevo competere in velocità con quelle donne turche abituate a fare anche due turni consecutivi, la più mingherlina delle quali era esattamente il doppio di me…
Avevamo solamente quindici minuti di pausa per fare colazione e andare in bagno. La macchina veniva arrestata, ma solo per quei quindici minuti, non uno di più.
Il quinto giorno di lavoro trovai il bagno occupato e tardai a ritornare alla mia postazione sullo sgabello. Nel frattempo la macchina era già ripartita e le bottiglie gialle da ripulire si erano accatastate sul tavolo rotante in una quantità tale che non sarei mai stata in grado di recuperare e rimettermi in pari. La generalessa era là, sguardo inferocito, bocca schiumosa di rabbia, mani sui fianchi. Mi aspettava al varco… Ebbi paura.

Feci mentalmente il calcolo delle ore lavorate. Dovevo aver superato i cento marchi. Schivai la vecchia e mi diressi decisa in ufficio amministrazione. L’impiegata mi guardò dall’alto in basso.
“Mi licenzio. Mi prepari le mie spettanze, per favore”, mi limitai a dire.
L’impiegata annuì e prese a compilare l’assegno, dopo aver controllato il cartellino delle presenze.
La generalessa, che aveva intuito le mie intenzioni, mi aveva prontamente seguita e aveva fatto in tempo a sentire le mie parole.
“No, Lei non può andarsene ora. Deve restare fino a fine turno!”, urlò sguaiatamente.
“Faccia quello che vuole. Questa non è una fabbrica, ma un lager ed io non intendo rimanerci un minuto di più!”, trovai il coraggio di replicare.
L’ultima cosa che ricordo dell’Alpa fu lo sguardo bavoso da lupo famelico di quella generalessa che imprecava in dialetto tedesco, un portone di legno scuro ed un cancelletto verde che mi separavano dalla libertà e che richiusi alle mie spalle con gioia infinita.

Non ebbi il coraggio di confessare l’accaduto alla mia amica Inge anche se, prima o poi, sarebbe venuta a saperlo. Per sbollire la rabbia andai a fare una passeggiata nel parco lungo il fiume e si sa, nei paesi piccoli la gente parla. Tutti i miei amici e conoscenti erano al corrente del fatto che io, a quell’ora, sarei dovuta essere al lavoro…
Verso sera, Inge mi vide, mi venne incontro e mi chiese maliziosamente: “Problemi all’Alpa? “.
“Mi sono licenziata…”, ammisi.
Inge sorrise e aggiunse: “Immaginavo che sarebbe successo. Ti avevo messa in guardia…Poche, a parte le turche, resistono in quel posto! Comunque, brava. Hai avuto coraggio”.

Il giorno successivo, mi recai nuovamente in stazione. Allo sportello c’era lo stesso impiegato della settimana precedente. Quando mi vide sbuffò ma non gli diedi il tempo di dire nulla. Posai orgogliosamente sul bancone in marmo le mie poche, sudate banconote, pronunciai la destinazione e lui mi consegnò il biglietto che conservo ancora per non dimenticare, qualora ce ne fosse bisogno, che la gavetta è il punto di partenza obbligato per ogni piccola o grande impresa.


Edito in ebook “Zeroventicinque”, Aletti Editore, 2012

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