venerdì 16 ottobre 2015

La guardiola di Nonno Giuseppe - #iraccontidiFiorella

di Fiorella Carcereri

Da bambina, il mercoledì era la mia domenica. Tutta la giornata dai nonni materni a farmi viziare da paura! Quel giorno era vacanza perché, per effetto del boom delle nascite, a scuola non c’era posto per tutti e alla mia classe erano stati assegnati turni più lunghi di pomeriggio, mercoledì escluso.


Nonna Virginia, oltre ad essere la mia complice e confidente, era anche un’ottima cuoca e quel giorno si faceva in quattro per preparare tutti i piatti che piacevano a me. Alla mattina nonno Giuseppe mi portava alla piazza del mercato vecchio e mi comprava tutto quello che attirava la mia attenzione, che fosse alla sua portata ovviamente. A seconda degli umori, miei e suoi, si tornava a casa con una borsetta nuova, con un completino per la bambola, con un canarino e con l’immancabile boccetta di rosolio (ma esiste ancora?). La nonna, poi, riusciva sempre a scovare sulla mia bocca delle tracce di zucchero, segno inequivocabile che avevo mangiato anche il bombolone fritto nell’olio bollente, e sgridava il nonno. Ma lo faceva col sorriso, quindi il suo monito cadeva nel nulla.

Il pomeriggio era meno eccitante e divertente del mattino, essendo dedicato ai compiti. Ma li facevo volentieri perché il luogo in cui svolgevo le mie incombenze non era la cucina di casa bensì la guardiola di nonno Giuseppe. Il nonno era portinaio in un grande stabile e non potevo certo dire di annoiarmi in quello sgabuzzino. Dalla vetrata controllavo tutti gli spostamenti dei condomini, sia di quelli che prendevano l’ascensore che di coloro che imboccavano le scale. Quanti strani personaggi…Alcuni sono ancora ben impressi nella mia mente… Ricordo il titolare dell’agenzia di assicurazioni del quinto piano, un ciccione che entrava sempre a portarmi le caramelle o i cioccolatini e mi invitava spesso scherzosamente nei suoi uffici dicendo che gli serviva una brava assistente. C’era poi un notaio molto stimato con il nipotino del quale ero diventata molto amica. Era un bambino esile Giacomo… morì a nove anni di leucemia. Rimasi traumatizzata per parecchio tempo, non avendo ancora ben chiaro il senso della morte ed essendo convinta che quella “brutta cosa lì” fosse prerogativa solo degli anziani.

Gli altri condomini, fatta eccezione per l’assicuratore ed il notaio, erano molto superbi ed antipatici. Così, quando li vedevo sopraggiungere, mi nascondevo sotto il tavolo nell’incavo destinato alle gambe che sembrava fatto apposta per contenermi. Il nonno non sopportava questa mia reazione, al punto che decise di adottare misure drastiche nei miei confronti. Credo di averlo odiato per questo. Ogni volta che non salutavo qualcuno, mi obbligava a scrivere per cinquanta volte sul quadernone la frase “Devo salutare la gente”. Io sono mancina. A differenza di ora, a quell’epoca avere un mancino in famiglia costituiva una specie di handicap, quasi una vergogna. Quindi, come se non fosse bastata la prima punizione, che in gergo scolastico si definiva “penso”, ogni volta che afferravo la penna con la sinistra, il nonno mi posizionava la stessa nella mano destra, ripetendo se necessario la fastidiosa operazione per decine di volte. Una vera tortura…

E il mercoledì successivo, dopo la mattinata di shopping nella piazza del mercato vecchio, con mia sorpresa trovai un nuovo “penso” da fare dal titolo: “Devo scrivere con la mano destra”.

Nonno Giuseppe era una brava persona e aveva un cuore d’oro ma era convinto che fosse cosa giusta e saggia forgiare la personalità dei bambini, se necessario ricorrendo anche a metodi autoritari e militari.
Purtroppo, o per fortuna, i suoi sforzi sono stati vani. Sono ancora mancina e saluto solo chi mi pare.


Edito in ebook “Zeroventicinque”, Aletti Editore, 2012

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