venerdì 13 novembre 2015

A un passo dalla vita: Thomas Melis ci racconta "una generazione" attraverso una storia a tinte forti

di Roberta De Tomi

Una penna che non risparmia dettagli e "pugni" allo stomaco. Thomas Melis non ci racconta una storia "leggera", al contrario, alza il sipario su una "vita violenta".
Calisto ha meno di trent'anni e ha tutte le carte in regola per emergere. Eppure le gioca "a modo suo", assurgendo in tal modo a simbolo di una "generazione perduta" e di una società che, nel suo sbandierare il mito dell'essere vincente a ogni costo, si mostra fondamentalmente "perdente".
Abbiamo già avuto modo di conoscere Thomas Melis in un'intervista realizzata alcune settimane fa (sempre qui su Words!) ora vediamo di cosa ci parla il libro. Un hard boiled dalla forte componente introspettiva che parla della Generazione Ottanta,sempre più in luce. Finalmente.





"Fa la cosa giusta"? E' una domanda che affiora al termine della lettura di A un passo dalla vita di Thomas Melis. Penna che squarcia il "velo di Maia" - ovvero le apparenze succose di cui ci cingiamo spesso vestendoci di griffe e sogni esosi - il giovane autore ci restituisce l'analisi lucida di quello che è una generazione (quella che è nata e cresciuta negli anni Ottanta), ma anche una società (la nostra). Il tutto è narrato dalla prospettiva del protagonista, Calisto, in bilico tra sete di potere e introspezione.

Chi è Calisto? Sulla carta figura essere uno "studente", in realtà è un ambizioso che mira a compiere la scalata sociale avvalendosi di strumenti per niente limpidi. Così il giovane, insieme agli amici Secco e Tamagotchi, si lascia coinvolgere in loschi traffici che gli consentono di arricchirsi rapidamente. Ma a un certo punto gli affari si complicheranno e Calisto si troverà a dover fare i conti con se stesso e con una trappola per topi che scatterà nel momento meno atteso. E il finale non mancherà di sorprendervi.

Non aspettatevi un romanzo dal ritmo concitato alla maniera americana; quello di Thomas Melis innesta almeno un paio di marce in meno per dare spazio alla componente introspettiva. A tratti pare troppo descrittivo ma è sicuramente in linea con le intenzioni dell'autore che ci scuote con una storia in cui si mostra, in maniera lampante, la veridicità del detto "non è tutto oro quello che luccica".

Il personaggio che spicca è Calisto, che si racconta mostrando tutte le sfaccettature del suo carattere. Se da una parte troviamo un giovane intriso dei valori degli anni Ottanta, in particolare relativamente al mito del successo a tutti i costi, dall'altra vediamo una presa di coscienza che ci fa dire che A un passo dalla vita, oltre a essere un hard boiled, è anche un romanzo di formazione.

La vicenda del protagonista ci avvicina a quelle di un Wilhem Meister, o di un Siddharta; certo la penna di Melis si adegua ai tempi e indugia su dettagli scabrosi, ma come in questi due classici citati, vediamo come, dalla perdizione, il protagonista emerga fino alla presa di coscienza. In Calisto osserviamo una duplicità che ce lo rendono, ai nostri occhi, una figura fortemente travagliata in quanto divisa tra la corsa verso il successo e l'urgenza di vivere la propria dimensione umana, fatta di affetti e di piccole cose. Un vero e proprio dilemma che si accende soprattutto nei momenti di solitudine post-sballo.

Lo sballo, le griffe, un mondo di eccessi che ci porta a quello della malavita. Accanto, la consapevolezza che, parafrasando Calisto, è questa: se nasci povero non sei destinato a fare soldi, mentre se sei ricco sì. Concetto che esprimo in breve ma che restituisce l'immagine dell'Italia dei "gruppi chiusi", caratterizzata da una sostanziale immobilità. Si tratta di una visione che sembra dare poche speranze; eppure, tra mille vizi, emerge e diventa specchio di un'altra realtà, sicuramente meno evidente, ma presente. Parlo di quella aperta e ricca di pathos che possiamo trovare soltanto in noi stessi.

Vincente è la scelta di ambientare l'opera in una Firenze di cui l'autore ci mostra il degrado (umano, prima che materiale), in netto contrasto con il passato glorioso. Scorci della città spiccano, fungendo da monito in tal senso, mentre l'autore ci fornisce il ritratto di un intero sistema, partendo da una "cellula".

La penna di Thomas Melis è incisiva. Restituisce dettagli, caratterizza i personaggi al punto da attribuirgli l'idioma legato alle origini. Lo vediamo con tutti i presenti, talvolta con esiti che portano il lettore a perdersi nei meandri linguistici resi in maniera certosina. L'autore tende a utilizzare la descrizione che in molti punti avrebbe potuto essere ridotta in termini minimal; ma l'attenzione alla resa dei dettagli è notevole.

L'autore ha lavorato con una forte consapevolezza,
raccontandoci il mondo della malavita con puntiglio ed efficacia. Talvolta eccede nell'uso degli aggettivi quando avrebbe potuto avvalersi dello Show, don't tell. Ma si tratta di considerazioni stilistiche che non precludono una lettura intensa, a tinte forte ma al contempo godibile. Thomas Melis rende bene lo stato di angoscia, ma soprattutto il senso di sbando vissuto in un contesto di crisi diffusa in cui aspettare Godot non conta più. Il resto dipende da noi.

Per concludere
A un passo dalla vita è uno specchio di noi e della nostra società. Un ritratto efficace, con colpi di scena che si snodano attraverso una narrazione dal ritmo non concitato, ma preciso e in linea con le intenzioni dell'autore. La presenza di alcuni idiomi rendono ad alcuni lettori un po' ostica la lettura ma si apprezza la profondità della penna di Melis, autore di un romanzo interessante, non improvvisato, scritto con una forte attenzione ai dettagli. Esprime bene il senso di disagio di una generazione che si nasconde (male) dietro allo sballo e alle griffe; inoltre parla dell'Italia dei "gruppi chiusi", quell'Italia che sembra non dare alcuna possibilità di ascesa sociale, se non attraverso espediente piccoli e grandi e quasi sempre degradanti dal punto di vista umano.  

Leggi l'intervista e la scheda tecnica del libro qui su Words!

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