giovedì 25 febbraio 2016

INTERVISTA: "Coulisses" e le parole di "diamante e sogni" e mai ombelicali di Antonella Iaschi

Antonella Iaschi durante "25 Parole di Donna" 
di Roberta De Tomi

La scrittura per lei non segue una sola direzione. Ma soprattutto la scrittura nasce dalla poesia; una poesia che non guarda all'ombelico ma al mondo, aprendosi a milioni di suggestioni. E così per Antonella Iaschi  l'io diventa un noi che si carica di emozioni molteplici; emozioni sempre collegate al mondo e alle sue problematiche. Così nasce Coulisses (autoprodotta), un'opera frammentaria ma ricca di ispirazioni, che di "noi", teatro, poesia e oltre si nutre. Antonella ci racconta di questo suo lavoro regalandoci nelle risposte vere e proprie perle. Anzi, no. Diamanti.  Scoprite per quale ragione.


Ciao Antonella ben trovata su Words!… raccontaci di quando e di come è nato Coulisses?
Ciao a te, a tutti. Come è nato Coulisses? Succede di fare cose e di metterle in un cassetto dopo l’uso. Succede poi di trovare il cassetto ricolmo e di decidere che quelle cose hanno bisogno di un contenitore adatto. Coulisses è il "palcoscenico di carta" per storie più o meno reali che ormai traboccavano dalla mia cassettiera. La prima ci è caduta dentro durante la prima guerra di Bosnia, le altre nello spazio di 20 anni.

Il libro presenta diverse sezioni e testi appartenenti a generi differenti. Teatro, poesia in primis. Ma sicuramente è la poesia che la fa da padrona? O un concetto espanso di creatività? Parlaci un po’ di come hai lavorato… e con chi, soprattutto!
La poesia di solito è la miccia, a me piace definirla il mio “starnuto”. A volte però diventa stretta ed ecco la necessità di scrivere di più, anche se sono fermamente convinta che nello spazio fra una strofa e l’altra esistano tutte le parole non dette, se chi legge le vuole vedere. Non è questione di taglia. La xs di un haiku può contenere molto di più di un libro di 400 pagine. E’ questione di emozioni. A volte hanno bisogno di un fazzoletto, a volte di un campo.

Ci sono temi che nell’anima stanno in poche frasi, poi si condividono.Con i personaggi di una trama o con un collaboratore non importa, ognuno aggiunge la “sua” verità. Inizia quel “noi” che per me è importante. A volte il noi c’è, a prescindere. Questo mi è capitato soprattutto con Gemma Messori e con Paolo Righi. Basta una frase su un foglio bianco… e tutto va avanti come un unico fiume. Ed è stato così anche quando la mia poesia ha dato voce ai quadri di Giuseppe Pareschi o alle fotografie di Emiliano Rinaldi. Forse è feeling o forse sono semplicemente binari paralleli che raggiungono la stessa stazione.

Le tematiche toccate sono diverse, veniamo alla parte “Appunti di cantina”… perché la dedica alle donne di Sarajevo… 20 anni dopo?
Appunti di cantina chiude “Non è tempo per tacchi a spillo” un libro scritto dal 1993 al 1996 durante la guerra di Bosnia. Le donne di Sarajevo, come tutte le donne di guerra, sono il cuore e la mente della resilienza, qualsiasi sia la loro posizione nella storia. Le donne continuano a portare in grembo la vita nonostante tutto e devono andare oltre il dolore, l’odio, la fame, la fatica. Finché hanno respiro hanno il senso della “cura”. Anche solo non impazzire è “cura”, è farsi carico di una piccola traccia di possibile futuro. I media ci hanno mostrato tanti orrori, ma non ci hanno raccontato abbastanza della resilienza delle donne. Pulire una stanza che ormai ha solo due pareti come se fosse ancora casa, passarsi un filo di rossetto sulle labbra come se il compagno dovesse rientrare alla solita ora, probabilmente non fa audience come strapparsi i capelli dal dolore, ma fa proseguire la vita. E non mi sembra poco.

Il tema della violenza sulle donne è cardinale. Quando tratti questo tema, la tua scrittura è viscerale e ha una forza che tocca corpo e anima. È qualcosa che nasce quasi più da te, il tentativo di trasmettere qualcosa che va oltre a un mero slogan o un intreccio di impegno civile, emotività e femminilità?
Ti rispondo con una frase della poesia che più amo: “Noi sappiamo rialzarci per i figli che restano, e sorridiamo ancora nonostante le angosce.” Io sono fortunata a poterne scrivere, certe cose non si cancellano ma si possono trasformare in “armi” e potrebbero servire ad altre donne. “La mattanza” è nata grazie a Franca Rame. “Lo stupro” è stato la traccia attorno alla quale io e Gemma Messori abbiamo lavorato. E Franca Rame ci ha dato un grande aiuto quando ne abbiamo parlato in una camera d’albergo di Mirandola mentre fuori nevicava forte e lei aveva l’influenza. Non è facile osare parlare. Eppure una volta sul palco di quello spettacolo eravamo in quattro donne e tre di noi non hanno inventato nulla. Non ce lo saremmo mai dette anche se eravamo amiche. Vedi … anche a questo serve la poesia. Basta non scrivere per il proprio ombelico.

E a proposito di impegno civile e politico… sei sensibile a tematiche socialmente importanti… in questo contesto come consideri la tua scrittura e come ti ispira?
Ritorno a quanto ho detto prima. Quando avevo 13 anni ho letto su una rivista un’intervista a Lawrence Ferlinghetti nella quale lui affermava che era ora che i poeti smettessero di parlare al proprio ombelico. Che bisognava raccontare la strada. Ho tenuto nel portafoglio quella pagina di giornale per anni e mi sono accorta che non mi era poi difficile raccontare la strada, è lì che sto meglio. Anche quando scrivo poesie d’amore penso a quelle parole. Parlare al mio ombelico sarebbe come privare la poesia della sua libertà. Penso che ogni persona che legge debba poter leggere come se le parole le appartenessero, se poi parlandone viene fuori che le mie parole sono anche quadro delle sue emozioni mi dico… ecco ne è valsa la pena.

Che cos’è per te la scrittura?
Innanzitutto, una rivalsa contro quella parte del mio carattere che si blocca da sempre quando devo esprimermi a voce alta, poi tanto altro. Gioco, memoria, denuncia, carezze, compagnia, pungolo, universo parallelo in cui tuffarmi quando ne ho il bisogno.

Come, la scrittura incontra altre forme artistiche?
Come ti ho detto prima. Si mettono sul tavolo i lavori, e le parole si adagiano sul sentire di qualcun altro completandosi. Il “noi” nell’arte secondo me esiste e mi piace da morire leggere, o tentare di farlo, il lavoro di un fotografo o di un pittore… se sgorgano le parole è come fosse mio. Chi mi conosce sa quanto vorrei saper fermare immagini con uno scatto o con un pennello. Non ho quel dono, utilizzo quello che ho per farlo. Io ho bisogno di immagini.

A un certo nel tuo percorso hai intrecciato una bravissima attrice e autrice, Gemma Messori… quando è successo?
Mi sembra di essere cresciuta con lei, eppure ci siamo incontrate tardi, tramite un amico comune. Lei aveva scritto testi per lui. Io ho trovato nella sua voce la “mia” voce e ci siamo ritrovate a fare cose insieme come fosse da sempre. E vorrei fosse “per sempre.” Gemma mi ha viziata e questo è un male perché ogni volta che qualcun altro mi dà la sua voce è difficile che io sia soddisfatta come con lei. C’è sempre in fondo un pizzico di nostalgia. Anche scrivere con Gemma è fantastico. Viene. Punto.

Quali sono stati i lavori più importanti?
Dentro di me quelli meno utilizzati, come Appunti di cantina o Fuori la città. Uno è il mio primo tentativo di scrivere per un palco, e mi ha dato una soddisfazione immensa nelle parole di Predrag Matvejeviç che mi ha scritto “Lo vedrei rappresentato al Lutkarsko Pozoriste di Mostar”. Quella gioia me la terrò dentro per sempre. Fuori la città invece parla di San Francisco, soprattutto di quella città che vive ad altezza ginocchia fatta di 16000 senzatetto. Persone che non hanno nulla ma capaci di possedere tanto. In quel tanto c’è anche il coraggio di sbatterti in faccia che il mondo non è poi quel “sogno Americano” che ci raccontano. Camminare per quelle strade all’alba e da sola, dopo aver passato ore piene di tutto in compagnia dei poeti che più stimo nei luoghi di Kerouac, è stato decisamente un viaggio dentro me.

I lavori che hanno incontrato più persone sono stati La Mattanza e Anche gli alberi lo sanno (scritto con Gemma) ricordando le vittime della strage della stazione di Bologna.

Che cosa ha significato per te la collaborazione con Gemma?
Tanto, quasi tutto.

Che ruolo può avere l’arte (nei diversi aspetti della vita, nostra e degli altri)?
Importante, sia nel bene che nel male. Soprattutto nei momenti difficili può diventare un’arma e un rifugio. Sta a noi usarla nel modo più opportuno. Credo che il suo potere più grande sia quello di aggregare la gente. E qui torna il “noi”. Cosa c’è di più vivo e resistente di un murales disegnato su un muro di una casa distrutta in Siria? E’un urlo al mondo più rumoroso di qualsiasi discorso. Che sia arte visiva o musica o parole o danza, l’arte è l’unica voce capace di parlare una lingua comune in tutto il mondo.

Torniamo a Coulisses: cosa rappresenta per te?
In questo momento, un ponte fra me e Gemma e l’augurio di ritrovarci ancora con quel libro sulle ginocchia a provarne il contenuto. Piedi scalzi e trucco pesante.

Dove possiamo acquistarlo?
Alle presentazioni che inizieranno a primavera o ordinandolo a questa e-mail: papaverogiallo@tiscali.it

Antonella, cosa sogni? Cosa vorresti scrivere, creare o fare?
Quello che sogno probabilmente è utopia perché è così a portata di mano da non sembrare neanche un sogno: che l’Amore non finisca mai, di avere tanti testi da scrivere col mio compagno e di poter contare le mie rughe e quelle di Gemma al tramonto, davanti a un tè, in un camper ricoperto dalle opere di Matteo “Ufocinque” Capobianco. A questo punto mia figlia riderà ma a qualcuno toccano madri che sognano diamanti, per altre i diamanti sono fatti di carta e di parole.

Se vuoi aggiungere altro…
Sì voglio ringraziarti e ringraziare tutte le persone che fanno parte di Coulisses, quelle sedute davanti e quelle sul palco. Senza di loro Coulisses non ci sarebbe.

Estratto da Coulisses:
“Leggi, mangia, dormi e provoca” sta scritto in un poster esposto a City Light (la libreria di Lawrence Ferlinghetti). Almeno la prima azione la può compiere anche un senzatetto senza doversi umiliare.
Ovunque ad altezza ginocchio si incontrano bagagli improbabili, povere e strane cose ammucchiate e protette da teli neri, cartelli di cartone con richieste di aiuto e un po’ più in giù, dove le mie scarpe vanno, ammassi di coperte che racchiudono perle senza più valore sociale e senza voce. Derubate da una società sbagliata, private del necessario sprecato da altri. Il silenzio di tante persone quante ne abitano in un comune come quello in cui vivo, moltiplicate per due. SEDICIMILA, ed è ancora una stima approssimativa.
So che non è una piaga di questa città soltanto. Qui io ci ho sbattuto contro perché San Francisco è sincera e non nasconde nulla, nel bene e nel male. In tutte le grandi metropoli e non solo, esiste un identico strato di umanità negata. Per arginare “il fastidio” che possono dare a chi preferisce non vedere in Stati come in Florida si fanno leggi che vietano ai barboni di utilizzare le panchine pubbliche e si sbattono in prigione persone colpevoli di essersi sedute su qualcosa che appartiene alla comunità, quindi anche a loro. Questa sarebbe l’America dei diritti uguali per tutti? La grande potenza che fa guerre a casa degli altri sventolando valori sociali a casa propria lascia morire di fame e stenti parte dei propri figli, non li cura se non hanno i soldi per pagarsi l’assicurazione, li imprigiona se non hanno un letto. Di nuovo penso ad America primo amore che diceva … America, America ma che mamma sei, ti sei innamorata di quattro marines e gli altri tuoi figli li hai già persi ormai son figli dei fiori e non figli tuoi. Ma quel movimento colorato si è spento in fretta. Adesso Mauro Lusini canterebbe così: … e gli altri tuoi figli li hai già persi ormai, ti chiedono aiuto e tu non lo dai… 


Scheda tenica del libro


Coulisses
di Antonella Iaschi
Editore: autoprodotto
Genere: Poesia/Teatro
Anno: 2016
Acquistabile: papaverogiallo@tiscali.it
Pagina FB autrice clicca qui  

Nessun commento:

Posta un commento