mercoledì 23 marzo 2016

Sono intorno a noi e in mezzo a noi. Quei Neet...

di Words!

"Sì, ma... avresti anche potuto sceglierti una facoltà universitaria con maggiori sbocchi."
"Mah... sono tutte scuse per non lavorare."
"Fate gruppo. Lavorate nella direzione della sindacalizzazione."
"Non siete più abituati a lavorare come una volta."
"Vattene da questo paese."
"Forse non sei adeguato."
"Cosa? Lavorare gratis?"
E tra il proliferare di affermazioni qualunquiste, i dati continuano a essere sconfortanti e le storie di ordinaria precarietà della Generazione Neet rivelano uno scenario articolato, acceso da sprazzi di rivelazioni che sfociano nel racconto, spesso in bilico tra realtà e leggenda, in un contesto socio-economico eroso da criticità e dall'attesa dell'ignoto. L'attesa della salvezza che dovremmo procurarci noi, muovendoci, in un contesto di stagnazione e di silenzi imposti al nuovo. In realtà, le verità sulla questione-Neet sono spesso taciute.


La conoscete? Sì, no, non so. La generazione figlia dei ruggenti anni Ottanta e Novanta. Quella generazione cresciuta con gli ideali di un sogno attraverso cui è possibile prendere in mano le redini della propria vita, mettendosi in gioco, affrontando giorno dopo giorno le sfide con il piglio di una di quelle ballerine dei film che, superato il primo momento critico, dà il meglio di sé, sorprendendo i valutatori. Sto parlando della Generazione Neet. No, non sono le storie di ordinaria follia di Bukowski; qua le storie sono di ordinaria precarietà.

Partiamo dai dati
Per quanto riguarda il nostro paese, alla fine del 2015 i Neet si aggirano intorno al 26 per cento, contro il 15 per cento della media europea. Traducendo in termini di macroeconomia e secondo stime fatte dagli esperti, da questi numeri potrebbe derivare un'incrinatura del PIL del 6.8 per cento. Insomma, se ci atteniamo ai numeri, quella dei Neet parrebbe essere anche la generazione di (alcune) occasioni perse per il nostro paese. O forse no? A sentire alcune affermazioni che entrano in conflitto con le difficoltà di inserimento nel mondo del lavoro da parte dei Neet, il problema sono "loro". Paradossalmente, talmente preparati da risultare d'impiccio o troppo teorici. Ma cerchiamo di fare un'analisi delle questioni a partire dalle affermazioni stereotipate che possiamo trovare in giro su internet o tra le chiacchiere di profani in cerca... di qualunquismo.

Stereotipi, verità, bugie e videotape?
"Sì, ma... avresti anche potuto sceglierti una facoltà universitaria con maggiori sbocchi."
"Ma, sono tutte scuse per non lavorare."
"Fate gruppo. Lavorate nella direzione della sindacalizzazione."
"Non siete più abituati a lavorare come una volta."
"Vattene da questo paese."
"Forse non sei adeguato."
"Tanti titoli, ma poi sul lavoro conta il saper fare."
"Cosa? Lavorare gratis?"

Spulciando nella blog/forum-sfera,queste sono le affermazioni più frequenti da cui si evince una critica alla Generazione Neet, che sarebbe considerata troppo teorica, cresciuta nella bambagia di una famiglia iperprotettiva e troppo legata al sogno di fare qualcosa senza riuscire a concretizzarla. Una generazione con idee evanescenti come la nebbia dissolta al tocco di un potente raggio di sole. Dalle frasi stereotipate si evince anche che i giovani sono visti come esseri estremamente fragili, soli e individualisti (nella società degli individualismi).

La ciliegina sulla torta è quel "Vattene da questo paese" che in fondo va in controtendenza con le altre asserzioni. Già perché in questo costrutto troviamo un nichilismo di fondo. E in fondo qualcosa non funziona: incitare alla fuga è ammettere che "intanto si andrà sempre avanti così." Come dire: all'estero potresti avere più opportunità, ma in Italia... no!

D'altra parte, sulla questione dei Neet overprotected, ci sono interventi di psicologi che confermano i danni apportati da atteggiamenti iper-protettivi delle famiglie. Se un tempo, complice un'indigenza più forte, l'affrancamento dalla famiglia avveniva in età precoce, in questi anni (e da alcuni anni) vediamo un posticipo di tale affrancamento, complice una scolarizzazione prolungata. Di conseguenza, diventa più problematico l'approccio al mondo del lavoro. Insomma dopo tanta (troppa) teoria, la pratica richiede tempo, in un contesto in cui il tempo di produzione si è accelerato al punto da richiedere stagisti e apprendisti... con esperienza!!

Stagisti gratis... con esperienza?
E qua arriviamo a un punto dolente. Stagisti con esperienza. Che lavorino gratis. Segue un'altra frase stereotipata. "Finché ci saranno persone disposte a lavorare gratis, allora se ne approfitteranno." . Dove sta quello che è giusto? In chi offre un lavoro gratuito giocando sulla disperazione e andando contro a diverse regole, o in chi accetta il lavoro legittimando questi comportamenti? La colpa è solo da una parte, e spesso, si evince, riguarda la parte più debole. Senza contare che chi fa uno stage, lo fa per accumulare esperienza. Quindi si presuppone che lo stagista non abbia mai fatto nulla nel campo in uqestione (qualsiasi campo sia). Ergo: che senso ha prendere uno stagista con esperienza?

La formazione... Utopia? 
Un altro punto cruciale è la formazione. Azzerata. Ormai è infatti consolidata la richiesta dei giovani con esperienza e una "sfilarata" di competenze che nemmeno in dieci anni si riescono a mettere insime. Un ossimoro, insomma. Le persone devono essere androidi del lavoro. E l'età è un'altra ossessione, a fronte di quel concetto di flessibilità tanto sbandierato. Concetto tradotto nella precarietà. Basta sfogliare gli annunci per appurarlo. Max trent'anni. Max venticinque anni.

Neet, storie vere... fancazzisti ma anche stakanovisti?
Sulle storie di Neet... bé quelle sono tante. Ne abbiamo raccontate qua. Ne ha raccontate il blog Gli Spaccia Lezioni. Storie vere di persone che si sono date da fare, barcamenandosi tra proposte al limite dell'indecenza, corsi di formazione, errori fatali, ingenuità. Ci sono quelli che si sono mortificati e che ora passano le giornate con lo sguardo spento sul mondo che non vedono più. E poi ci sono quelli che si danno da fare. Piangono perché si vergognano di dover dipendere dai genitori. Piangono, perché ogni volta ricominciano daccapo gettando al vento anni di esperienze. Tempo perso?

Neet...
C'è Alessandra che, dopo anni di lavoro, è scappata per procacciarsi un posto di lavoro all'estero dove la questione dell'età non sussiste.
C'è Rebbie, che dal servizio civile è passata a collaborazioni nella comunicazione, sottopagate, tre, quattro lavori per racimolare settecento euro mensili, senza diritti, premi e anzi, tra gli sfottò alternati a incarichi di coordinamento che di certo non si danno a un'idiota. Ma a una persona da sola, come molti Neet sono, senza Santi in Paradiso, marito o papà importante, e poco furba che non la dà via perché vuole farcela da sola.
C'è Laura, l'accompagnatrice senza possibilità di scelta. E poi ci sono le storie di altri, di quelli che alla fine sono scappati e di quelli che sono tornati. Di disoccupati che non si arrendono, di chi pulisce cessi a testa alta o sparecchia tavoli.
Ci sono i Neet che se la spassano e se ne fregano. Ci sono quelli non capaci. Ma non ci si può attaccare agli esempi negativi per non guardarsi dentro e intorno e capire cosa non va nel sistema. Del resto i pelandroni ci sono ovunque...  e quel 26 per cento non è uno scherzo. Possibile che i Neet siano tutti pigri, viziati e incapaci?
E poi  ci son quelli che non si vendono. Quelli che sono cresciuti con l'idea che al provino puoi cadere, ma poi hai la possibilità di rialzarti e di far valere quanto vali. E quelli sono tanti. Qualcuno li fa cadere. E non riescono ad alzarsi, malgrado la spinta del sogno. Del resto la vita non è un film.

Per inciso e per concludere, sono quelli cui si dice di scappare (perché non vogliamo cambiare niente).
E alla domanda: perché non vi unite? ...  meglio che traiate le vostre conclusioni.

Alla prossima storia di Neet mentre usciamo tutti dal Sogno Americano.
This is the end.


Nessun commento:

Posta un commento