sabato 1 luglio 2017

Recensione: Il Mastro di Forgia - Arma Infero di Fabio Carta

di Roberta De Tomi
Ti trovi a leggere a un'opera di quasi settecento pagine, e fin dalla prima ti accorgi che  Il Mastro di Forgia, atto primo di "Arma Infero", ha diverse peculiarità. L'autore non strizza l'occhio al lettore con cliché ruffiani. Fabio Carta (l'intervista è qui) ha un disegno ambizioso che plasma attraverso una scrittura complessa, riflesso di una forma mentis lontana da ogni omologazione.  Il mondo descritto nel romanzo emerge, organico e privo delle sbavature recate dall'inverosimiglianza. Ecco la recensione.





Fabio Carta unisce la fatica della scrittura (ebbene, la scrittura è lavoro e fatica, lo ricordo!) alla passione, dando vita a un'opera dotata di grande personalità. Ne Il Mastro di Forgia confluiscono diversi riferimenti che da Dune ci riportano all'imponenza dell'opera di Tolkien.


La sinossi

"E ora, fratelli, lasciate che vi narri di quei tempi, in cui le nuvole correvano rapide sopra gli aspri calanchi e di quando Lakon combatté per noi".Su Muareb, un remoto pianeta anticamente colonizzato dall'uomo, langue una civiltà che piange sulle ceneri e le macerie di un devastante conflitto. Tra questi v'è Karan, vecchio e malato, che narra in prima persona della sua gioventù, della sua amicizia con colui che fu condottiero, martire e spietato boia in quella guerra apocalittica. Costui è Lakon. Emerso misteriosamente da un passato mitico e distorto, piomba dal cielo, alieno ed estraneo, sulle terre della Falange, il brutale popolo che lo accoglie e che lo forgia prima come schiavo, poi servo e tecnico di guerra, ossia "mastro di forgia", e infine guerriero, cavaliere di zodion, gli arcani veicoli viventi delle milizie coloniali. Ed è subito guerra, giacché l'ascesa di Lakon è il prodromo proprio di quel grande conflitto i cui eventi lui è destinato a cavalcare, verso l'inevitabile distruzione che su tutto incombe."

Il Mastro di Forgia - Arma Infero

Fin dalle prime righe si palesa una volontà di scrittura potente. L'incipit è forse la parte debole del romanzo, in quanto risulta prolisso e forse un po' troppo astratto rispetto all'ordinaria conformazione; a tratti echeggiano i toni della Genesi. Ma superata la perplessità iniziale, la strada della lettura procede in salita, grazie a vicende e personaggi che prendono vita gradualmente. Mano a mano che si addentra nel cuore della storia, il lettore ha l'impressione di viverla, accanto a Karan, il narratore in prima persona che dischiude un vero e proprio mondo, attraverso un espediente rodato.

A proposito di Karan: la sua personalità emerge, ben oltre il ruolo assegnato. Non si tratta soltanto di un pretesto letterario, ma di una scelta narrativa vincente. Attraverso l'io narrante viviamo un complesso di emozioni e stati d'animo, congrui alle vicende, che consentono al lettore di immedesimarsi, ma al contempo di osservare ogni accadimento. Karan è un personaggio a 360°, come lo sono gli altri. Il misterioso Lakon, Luthien, la damigella che ci appare come la donna angelicata stilnovistica, salvo rivelare lati inediti: tutti i personaggi, inseriti in un preciso contesto sociale, sono dotati di una personalità forte, ben oltre la classica divisione "buono" e "cattivo". Dello stesso Karan, Fabio Carta ci restituisce uno spaccato variegato, tra gioie, dolori, speranze e disillusioni. Uno spaccato in linea con l'indole umana.

La storia si colloca su Muareb. Si tratta di un pianeta con molte analogie con la Terra, ma anche dotato di proprie caratteristiche, in cui ritroviamo rapporti sociali gerarchizzati analoghi a quelli del Medioevo. Tutto questo come se nel futuro si realizzasse l'incontro con un passato soltanto in apparenza remoto, a conferma della ciclicità della Storia. Il nucleare resta un caposaldo, laddove l'evoluzione tecnologia non cancella l'identità dell'essere umano in quanto tale. In esso resta una componente ancestrale in cui ritroviamo vizi e virtù, ambizioni e sogni, velleità e volontà.

Nella delineazione di Muareb l'autore ha avuto l'abilità di mantenere la penna salda sulla carta della coerenza, nel rispetto di un realismo che fa risaltare la componente scie-fi.

All'interno del romanzo, le citazioni sono numerose. Il primo, lampante riferimento è Dune. Accanto, quel Tolkien che ha ispirato l'autore nella realizzazione dell'architettura narrativa e geografica dell'opera. Nella solidità dell'impianto e nel linguaggio, ritroviamo tutte le lezioni dei classici, cui si aggiunge la personalità dell'autore. Stesso discorso anche per le tematiche sviluppate: la ricerca del Pagan è analoga alla ricerca di un Sacro Graal; nell'evoluzione tecnologica e nella proiezione al futuro, gli elementi ancestrali quali quelli legati al paganesimo, restano come imprescindibili. I retaggi antichi non si dimenticano mai e la ricerca di oggetti ed elementi legati a questi retaggi è il motore mobilissimo da cui tutte le vicende si sviluppano.

E qui arriviamo allo stile e alle tecniche. Descrizioni dettagliate, in apparenza ridondanti (ma per una ragione precisa), sono centrali nello sviluppo della vicenda, come la presenza di dialoghi costruiti alla perfezione. Il linguaggio è volutamente ricercato e si sente; questa scelta non andrà incontro alle esigenze di molti lettori, ormai avvezzi al minimalismo e disabituati alla varietà linguistica. Il Mastro di Forgia è un lavoro immenso, frutto di una consapevolezza che ha spinto l'autore a una ricerca e a uno sforzo importante. Fabio Carta ha messo la lingua in primo piano, intendendolo come lo strumento centrale nello sviluppo della trama. Una scelta importante in un'epoca in cui la trama si pone al centro a discapito di quella ricerca linguistica (poco popolare o commerciale) che consente a ogni autore di creare una propria identità narrativa.

Per tutte queste ragioni Il Mastro di Forgia può essere definito un romanzo di pregio, ma allo stesso tempo, capace di coinvolgere, lontano da schemi e velleità professionali standardizzati, pur essendo frutto di un progetto ambizioso e ardito. Si tratta di un'epopea che ci riporta alle gesta della narrativa classica, ma dal cuore contemporaneo.

Per concludere
Il Mastro di Forgia è un'opera di grande respiro, vicina ai classici per l'impianto e l'universalità dei temi trattati, ma allo stesso tempo, capace di intessere una trama action avvincente. La scrittura, personale, ricca e colta incide e dipinge scenari, personaggi e azioni che restano impressi nell'immaginario. Un romanzo che non è per tutti o per palati facili che potrebbero ritenerlo troppo "pomposo"; un romanzo dall'indubbio valore e qualità letterari.  
 

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